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O si fa Roma Capitale o si muore

Mentre Umberto Bossi continua a chiedere il trasferimento di qualche ministero al nord, il governo accelera su Roma Capitale. Il decreto legislativo che dovrebbe ridisegnare poteri e competenze dell’amministrazione capitolina, in attuazione del federalismo fiscale, andrà oggi all’esame del preconsiglio dei ministri e stando a quanto dichiarato dal sindaco Gianni Alemanno sarà approvato in via definitiva da palazzo Chigi venerdì prossimo. L’obiettivo è chiaro: farlo andare in Gazzetta Ufficiale il 20 settembre, giorno del 140° anniversario della breccia di Porta Pia (che segnò l’annessione di Roma al regno d’Italia, e la fine dello stato pontificio). Una ricorrenza simbolica che il governo intende centrare a tutti i costi. Anche se questo significherà bypassare la commissione bicamerale sul federalismo fiscale che non ha ancora avviato l’esame del decreto. L’organismo presieduto da Enrico La Loggia, a cui spetta il parere su tutti i dlgs attuativi della legge delega (l. n.42/2009) inizierà infatti solo oggi ad occuparsi del provvedimento (relatrici Annamaria Bernini per la maggioranza e Linda Lanzillotta per l’opposizione). E sarà molto difficile, se non impossibile, che possa licenziare un parere favorevole in un solo giorno. Tali e tante solo le questioni lasciate aperte dal dlgs che, rispetto al testo originale, risulta ampiamente rimaneggiato. «Allo stato attuale, fuori da ogni ipocrisia, il decreto è stato svuotato di qualsiasi contenuto per una reale riforma utile a modernizzare l’amministrazione capitolina», osserva Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni economiche del Pd alla camera e componente Bicamerale. «I decreti da uno sono diventati due. Il primo si limita solo a trasformare la denominazione del consiglio comunale in Assemblea Capitolina, mentre dell’altro decreto, dove dovrebbero esserci i veri contenuti, ancora non vi è traccia». «La strategia di Calderoli», prosegue Boccia, «è evidente: approvare subito l’ennesimo provvedimento inutile e di facciata, per lasciare alla fine del percorso attuativo del federalismo il vero decreto su poteri e competenze di Roma Capitale. A quel punto però per Alemanno potrebbero esserci delle spiacevoli sorprese». In effetti il testo predisposto dal ministero della semplificazione si limita a ridisegnare gli organi di governo di Roma, ma non tocca alcuni nodi chiave come le indennità dei consiglieri che gli inquilini del Campidoglio vorrebbero più ricche rispetto a quelle ordinarie, in considerazione «della complessità e della specificità delle funzioni conferite a Roma Capitale, della particolare rilevanza demografica dell’ente, nonché degli effetti previdenziali, assistenziali e assicurativi nei confronti dei lavoratori dipendenti che siano collocati in aspettativa non retribuita» (lo schema di dlgs consente infatti agli amministratori di Roma Capitale, sindaco, assessori e consiglieri che siano lavoratori dipendenti di chiedere il collocamento in aspettativa non retribuita per tutto il periodo del mandato ndr). Su questi aspetti il provvedimento non dice nulla, ma rimanda tutto a un succesivo decreto interministeriale (interno-economia). Cosa c’è allora nel testo che andrà oggi sul tavolo del preconsiglio? Oltre a cambiare nome al consiglio comunale e alla giunta, viene ridotto da 60 a 48 (in linea con la Finanziaria 2010, legge 191/2009, che ha imposto il taglio del 20% delle poltrone) il numero degli scranni nell’Assemblea Capitolina che dovrà approvare il nuovo statuto entro sei mesi dall’entrata in vigore del dlgs. Il territorio della Capitale potrà essere diviso al massimo in 12 municipi, così come 12 (un quarto dei consiglieri) sarà il numero massimo di assessori. I consiglieri che entrano in giunta dovranno lasciare l’Assemblea e saranno sostituiti da un supplente per tutta la durata del mandato da assessore. Fin qui il testo di Calderoli. Che però non piace ai diretti interessati. Lo scorso 19 luglio il consiglio comunale di Roma ha sì espresso parere favorevole al dlgs, subordinandolo però all’accoglimento di tutta una serie di emendamenti volti ad ammorbidire la riduzione dei costi della politica tentata dal governo. Il Campidoglio chiede 60 consiglieri, 15 assessori, il collocamento obbligatorio in aspettativa e un’indennità slegata da quella del sindaco. Tutte richieste a cui si dovrà dare una risposta in Bicamerale. Il governo chiede di farlo in un giorno.

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