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Non più Campania ma Lucania, il Cilento pronto alla grande fuga

Con Napoli e la Campania non vogliono più avere a che fare. E così 16 comuni della provincia di Salerno, l’ultimo dei quali è stato Sala Consilina, hanno già deciso di aderire al progetto della Grande Lucania. Un progetto che prevede il distacco di una cinquantina di centri del cosiddetto Vallo di Diano e del Cilento dalla regione guidata da Stefano Caldoro e il ritorno nella casa madre, cioè in Basilicata, di circa 250.000 persone. Come spiega a Italia Oggi il presidente dell’associazione Grande Lucania e viceprocuratore generale della corte dei conti Raffaele De Domenicis, che dal 2006 si è messo a capo del movimento per così dire indipendentista. «La Campania negli ultimi anni è stata aggredita dalla delinquenza organizzata e vogliamo prendere le distanze, non accettiamo più la leadership napoletana. Anche perché, come dimostra Giorgio Bocca nel suo libro ‘Napoli siamo noi’, se la capitale del Sud è diventata così è perché la classe intellettuale napoletana, la Napoli bene, ha sempre coperto tutto. Così, visto che in Campania Napoli comincia da Cuma e Dai Casalesi e finisce a Battipaglia, noi vogliamo avere più peso e per questo pensiamo di andarcene in terra lucana. Dove avremmo un ruolo propositivo e amministrativo maggiore». Il Vallo di Diano e l’intero Cilento del resto, secondo De Domenicis «hanno pochissimo in comune con la Campania». «Non la storia, non il costume, noi siamo più parchi e rudi e discendiamo in buona parte dai normanni che si insediarono in Basilicata nelle aree interne», osserva il magistrato della corte dei conti. «Il distacco quindi è storico, tanto che il poeta romano (ma Lucano di Nascita) Orazio definiva questo territorio narix lucaniae. Ma è stata la riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centro-sinistra nel 2001 a darci la spinta definitiva. Con quella riforma sono state devolute alle regioni competenze legislativa molto penetranti che prima non avevano. Così la Campania, non più assoggettata ai controlli del governo e alle leggi dello stato è andata alla deriva e il disastro attuale è avvenuto un po’ per volta». È stato per questo, per protestare contro un decentramento che è il contrario del federalismo, insomma, che i lucani di Campania pensano di muoversi di nuovo verso la loro casa madre. Attraverso lo strumento della rettifica di confine previsto dalla legge del352 del 1970 che però stabiliva procedure complicatissime come il corredo di delibere di altri enti locali e lo svolgimento del referendum in ambedue le regioni. Quella legge, ricorda De Domenicis, è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza 334 del 2004 «perché prevedeva un sistema non democratico». Ed è da allora che il progetto Grande Lucania ha preso le mosse. «Il movimento nasce come movimento di identità lucana contro il decentramento, poi si sono creati i circoli e io ho preso la presidenza», conclude De Domenicis. «Ora siamo andati avanti, al quesito referendario hanno già aderito 16 consigli comunali che rappresentano circa 100.000 persone. Noi puntiamo al consenso di 40 o 50 comuni e di 250.000 persone. Dopo di che depositerò il quesito alla corte di cassazione per l’autorizzazione a celebrare il referendum. E se vinceranno i sì, come spero, notificheremo i risultati al governo perché si faccia promotore della legge nazionale di rettifica dei confini tra Basilicata e Campania».

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