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Niente furbizie sul Patto regionale

Le regioni dovranno prestare attenzione nel coordinare gli interventi a valere sul Patto regionale orizzontale con quelli relativi al suo omologo verticale. Altrimenti c’è il rischio di comportamenti opportunistici da parte degli enti locali.
Entro il 15 settembre province e comuni potevano richiedere alla propria regione un alleggerimento dell’obiettivo di Patto per effettuare maggiori pagamenti in conto capitale. A tal fine le regioni devono peggiorare il proprio obiettivo, cedendone una quota agli enti locali. È il c.d. Patto regionale verticale, cui ora si affianca quello orizzontale. Ma la tempistica dei due strumenti non è perfettamente coincidente. Ecco che quindi gli enti che hanno già beneficiato del Patto verticale potrebbero (entro il 15 ottobre) cedere una quota del proprio obiettivo alla stanza di compensazione regionale, ottenendo, come chiarito nell’articolo sopra, un miglioramento del Patto nel prossimo biennio. Se però la quota ceduta via Patto orizzontale fosse pari o inferiore al bonus regionale ottenuto col Patto verticale si creerebbe un cortocircuito: un ente che specula su spazi finanziari non propri, ma messi a disposizione dalle regioni. È bene, quindi, che queste ultime stiano in campana distinguendo le compensazioni orizzontali (per così dire) «pure» da quelle «impure».
Dopo il via libera della Conferenza unificata alle linee guida predisposte dal Mef, scatta la corsa contro il tempo per dare applicazione al c.d. Patto regionale orizzontale. Gli enti locali hanno tempo fino al 15 ottobre per mettere a disposizione spazi finanziari o per richiederne di nuovi alle regioni, che dovranno operare le opportune compensazioni entro e non oltre il termine perentorio del 31 ottobre. Ma questo timing serrato e la complessità del meccanismo rischiano di rivelarsi ostacoli insormontabili.
A differenza degli anni scorsi, dal 2011 la legge 220/2010 ha previsto che le regioni, nel disciplinare il Patto orizzontale (ma non quello verticale) dovessero attenersi a linee guida da definire con decreto del Mef. Tale provvedimento ha avuto una lunga gestazione (già in primavera erano circolate le prime bozze) e solo venerdì scorso (come anticipato da ItaliaOggi del 9 settembre) ha avuto l’ok dell’unificata.
Come accennato, esso prevede che, entro il 15 ottobre, gli enti locali comunichino la propria disponibilità o il proprio fabbisogno di spazi finanziari alle regioni (oltre che ad Anci e Upi regionali). Tale comunicazione, che dovrebbe richiedere un preventivo passaggio quantomeno in giunta, se non addirittura in consiglio, visto l’evidente collegamento con il bilancio dell’ente, è facoltativa. Tuttavia, chi omette di farla e a fine anno registra una differenza fra saldo e obiettivo superiore a una soglia definita a livello regionale sarà penalizzato con l’esclusione dal Patto orizzontale nell’anno successivo.
Gli enti che, in un determinato anno, abbiano beneficiato di una modifica in senso migliorativo del proprio obiettivo dovranno restituire i maggiori spazi finanziari a essi concessi accettando il peggioramento degli obiettivi assegnati per il biennio successivo per un importo complessivamente pari alla quota loro attribuita nel primo anno.
Entro il 31 ottobre (termine perentorio), le regioni dovranno ripartire gli spazi finanziari resisi disponibili, concordando i relativi criteri in sede di Consiglio delle autonomie locali o in mancanza con Anci e Upi regionali e privilegiando le spese in conto capitale, quelle inderogabili e quelle che incidono positivamente sul sistema economico di riferimento. Esse dovranno, quindi, modificare gli obiettivi degli enti interessati dalle compensazioni, sia per l’anno in corso che per il biennio successivo, comunicandone la nuova misura a ciascun comune o provincia, ad Anci e Upi regionali ed al Mef. Per ogni anno, comunque, le variazioni migliorative e peggiorative dovranno compensarsi esattamente, garantendo l’invarianza dell’obiettivo aggregato di comparto. Si tratta di un meccanismo alquanto complesso, che non tiene conto della presenza di enti strutturalmente in difficoltà con il Patto e che impone una programmazione triennale difficilmente compatibile con la continua revisione delle relative regole.

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