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Nella p.a. si deve cambiare passo

La possibilità di reggere l’impatto del mondo che cambia, sta nel cambiare il passo di un sistema di welfare e di un modello sociale in affanno. Non si tratta di alzare polveroni su questo o quel punto di un accordo (per quanto importante), ma di cambiare atteggiamento culturale. Tutti, amministratori, manager, lavoratori, sindacati dobbiamo prendere coscienza che il contesto globale ha modificato radicalmente le coordinate di riferimento: delle esigenze dei cittadini, della qualità dei servizi pubblici, del loro costo, degli strumenti di azione, delle formule organizzative. Il dilagare di forme radicali di attacco al lavoro pubblico anche nella più grande democrazia del mondo (Winsconsin, Indiana, Ohio) dà l’idea della dimensione planetaria dei problemi. E lancia un monito forte: se il pubblico impiego, e chi lo rappresenta, si ferma su se stesso, se ripiega in una visione superata della propria organizzazione e del proprio ruolo, se rinuncia a guardare al futuro e ad adeguarsi alle dinamiche di una realtà che corre e che chiede sempre più servizi efficienti e sostegno allo sviluppo, il rischio può essere grande. Qualunque sia il paese, qualunque sia il governo, la sfida è comune: squilibrio dei conti pubblici, riduzione dei budget, lotta agli sprechi, valutazione e responsabilizzazione di politici e amministratori. Ma il caso americano sta a dimostrare anche altro. Cioè che i cittadini, quando si sentono soddisfatti dei servizi che ricevono, non esitano a schierarsi a difesa dei lavoratori pubblici e dei sindacati. Non solo rispetto alle misure di iniquità più evidente come il taglio dei salari, ma anche alle forme che essi stessi identificano come leve del miglioramento retributivo e di performance dei servizi: in primo luogo la necessità di preservare il pubblico impiego dall’ingerenza della politica e di valorizzare la contrattazione collettiva. Riportato alla scala di casa nostra, la vicenda degli Usa mette bene in luce quale sia la direzione da percorrere, sia nel contesto ampio delle riforme che servono al Paese – a partire dalla riforma fiscale, per arrivare ad una attuazione del federalismo che comporti davvero un vincolo più stringente fra l’utilizzo responsabile delle risorse pubbliche e il controllo sull’operato delle amministrazioni, e quindi un risparmio di spesa per i cittadini – sia in quello specifico del pubblico impiego. È proprio in questo senso che l’intesa del 4 febbraio fra governo e Cisl e Uil acquista una valenza di prospettiva: perché lungi dall’esaurire i problemi aperti, offre gli strumenti giusti per andare oltre gli ostacoli imposti dai vincoli di finanza pubblica e dalle scelte legislative. Stabilendo che il cambiamento si fa solo insieme ai lavoratori e ai loro rappresentanti, e garantendo allo stesso tempo gli stipendi pubblici da ogni possibile decurtazione legata ai metodi di valutazione. Ciò vale a dire nuove relazioni sindacali per far partecipare i lavoratori, come quelle stabilite dall’accordo del 30 aprile 2009 sugli assetti contrattuali. E che, ora, grazie all’intesa di febbraio e all’atto di indirizzo che il governo ha già consegnato all’Aran, potremo finalmente costruire tutti assieme se ci interessa veramente il futuro delle lavoratrici e dei lavoratori del pubblico impiego.

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