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Napolitano: completare il federalismo

ROMA – Il treno ormai è in corsa. «Non possiamo concederci il lusso di esitare o di lasciare il lavoro incompiuto, o di non erigere un edificio solido ancora una volta». Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano parla del federalismo fiscale e ribadisce che è giunto il momento di portare a termine il percorso di attuazione del nuovo titolo V della Costituzione, «trovando tutte le necessarie strade di equilibrio e di piena corrispondenza tra il ruolo dello Stato, delle amministrazioni nazionali e delle grandi istituzioni come quella parlamentare, che va a sua volta riformata nella nuova prospettiva». Quadro che si completa con il pieno coinvolgimento delle regioni e delle autonomie locali e superando il «bicameralismo perfetto». Nella nuova sede della regione Lombardia a Milano, Napolitano ha nuovamente espresso l’auspicio che alla piena attuazione della legge delega sul federalismo fiscale si giunga attraverso «il massimo di condivisione». È la condizione indispensabile perchè l’edificio in fase di costruzione poggi su basi solide. Parole che il ministro leghista dell’Interno Roberto Maroni giudica «importanti e condivisibili», in particolare nel passaggio in cui si sottolinea «la componente del federalismo che deve essere ancora realizzato. Alla base del sistema istituzionale moderno vi sono le autonomie». Nello stesso tempo il capo dello stato ha invitato a fare autocritica: «Nelle regioni del Mezzogiorno, vediamo che al di sotto del livello regionale si sia davvero costruito qualcosa di troppo artificioso, di troppo pesante e talvolta anche di parassitario». Il federalismo – ha più volte ribadito il capo dello Stato – è tutt’altro che in contrasto con l’unità nazionale. Non a caso, come ha osservato giovedì scorso nel suo discorso alle Camere, l’attuazione del nuovo titolo V è stata condivisa da governi «di diversa collocazione politica», ed è al momento l’unica riforma costituzionale ad aver superato sia l’esame parlamentare che il giudizio degli elettori. Del resto l’Italia delle autonomie «è quella voluta dai padri costituenti». Subito dopo Napolitano si è trasferito a Varese, ultima tappa della sua «maratona tricolore» per i centocinquanta anni dell’unità d’Italia. «Ho trovato ovunque un clima caloroso. Spero che le celebrazioni del centocinquantenario rafforzino la coesione nazionale. Dobbiamo valorizzare ciò che ci unisce, al di là delle differenze politiche che possono essere anche molto accese». Nel suo intervento in municipio, l’attenzione prevalente è alla situazione economica del paese che resta «difficile». Occorre guardare avanti «a quando usciremo dal tunnel, anche attraverso sacrifici che pesano sugli enti locali. È essenziale che vi sia una distribuzione equa dei sacrifici». Quando riflette sullo stato dei conti pubblici, Napolitano non pensa a una sorta di «traversata nel deserto, ma a una traversata con molti pesi sulle spalle», il più ingombrante dei quali è il debito pubblico. Più tardi, prendendo la parola all’Università dell’Insubria, è tornato a porre l’accento sulla necessità di evitare tagli indiscriminati che colpiscano settori strategici come la ricerca e la formazione. Occorrono più risorse per le università e vanno corrette alcune norme che ne regolano il funzionamento: «Lo sforzo di rinnovamento complessivo del sistema universitario dovrà prendere atto di insufficienze da correggere in questo o quel punto del sistema, per questo o quell’aspetto delle norme che ne regolano la vita». Il tema è ricorrente nelle più recenti esternazioni del capo dello Stato: la spesa pubblica non è un unicum indistinto, vi sono settori in cui i tagli sono necessari, altri al contrario necessitano di stanziamenti aggiuntivi. Ricerca e formazione rientrano tra le priorità del paese, anche attraverso «un’attribuzione adeguata di risorse, non in modo indiscriminato, ma facendo le valutazioni necessarie e distinguendo tra situazioni che richiedono drastiche correzioni ed altre che devono essere incoraggiate». Il tour di Napolitano si chiude all’insegna dell’entusiasmo popolare. All’uscita dalla Camera di commercio, molti cittadini hanno salutato il presidente della Repubblica intonando l’inno nazionale. «Mi auguro che anche fra i sindacati si ritrovi la via di una maggiore coesione, con uno sforzo che devono fare tutti, chi più chi meno, ma il cui risultato sarà importante per tutta la rappresentanza del mondo dei lavoratori», ha concluso il presidente.

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