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Napoli in dissesto, decreto “salva roma”: un discrimine

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di Ettore Jorio
Professore di Diritto amministrativo sanitario e di Diritto civile della sanità e del sociale Università della Calabria

Due le notizie di ieri: le motivazioni del dissesto di Napoli e il decreto “salva Roma” bis.
La prima giustifica il “pollice verso” nei confronti della Capitale del Mezzogiorno. La seconda assolve, a prescindere, la Capitale d’Italia.

NAPOLI. I giudici contabili campani, con una corposa decisione di 111 pagine, mettono knock out la città di De Magistris e che fu della Iervolino, nei confronti dei quali si presumono successive dichiarazioni responsabilità, tali da farli diventare in candidabili per un decennio.
 Anche i loro entourage avranno verosimilmente di che difendersi.
Quanto alle motivazioni della Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti (delibera 12/2014), corrette sul piano squisitamente giuridico, lasciano un po’ a desiderare, attesa l’assenza di valutazioni effettuate in relazione alla dinamicità dei conti. Alla loro diversa formazione nel frattempo intervenuta, a seguito delle politiche di rigore. Non pare, infatti, che la decisione sia fotografata sui dati cui il Comune di Napoli sia pervenuto nel (molto) seguito dell’originaria elaborazione del business plan (rectius, piano di riequilibrio finanziario decennale). Un dovere, questo, peraltro raccomandato dalla Sezione delle autonomie nella delibera n. 22 del 2013, al punto 6.sub A4. Più esattamente, nella parte in cui il Massimo organo di controllo della Corte dei conti “prescrive” alle Sezioni regionali ogni ulteriore attività cognitiva e accertativa utile a rendere più attuale la situazione economico-finanziaria da esaminare, soprattutto in relazione alla sua attitudine a risanare il “tesoro” comunale.
Una raccomandazione, oltretutto, confermata dallo stesso Massimo Organo nella successiva delibera n. 1 del 2014, allorquando suggerisce alle Sezioni regionali giudicanti la massima attenzione nel dichiarare dissesti. Ciò soprattutto delle città di grandi dimensioni, per le quali “è utile verificare … se la procedura di dissesto possa essere … evitata non solo per scongiurarne le conseguenze finanziare sfavorevoli ma anche per eluderne le conseguenze sul piano politico”. Riguardo a quest’ultimo “nemico” (le conseguenze politiche in senso lato), vale la pena accennare a quanto fatto e sta facendo il legislatore della Città eterna.

ROMA. Qui il discorso cambia. Il Giudice non se ne preoccupa perché al problema ci pensa direttamente il legislatore. Un’osservazione, questa, che lascia un po’ di spazio anche a qualche dubbio di incostituzionalità, sulla quale i difensori di De Magistris certamente faranno un pensierino.
Il Senato della Repubblica, con 135 si, 23 no e 45 astenuti, ha approvato l’intervento straordinario “salva Roma”, consentendole di scontare ulteriori 485 milioni dal debito. Più precisamente, le viene offerta l’occasione di scontarli dalla gestione commissariale, gran parte sul bilancio 2013 (già approvato dall’assemblea capitolina!!!) e sul bilancio 2014.
Si insediano facilitazioni ad hoc sulle partecipate, soprattutto l’ACEA, e si offre l’occasione di elaborare, nel termine di 60 giorni, un apposito piano di rientro.
Da qui i dubbi tecnici che una comune intelligenza professionale naturalmente e conseguentemente nutre.
 Come si fa a pensare di elaborare un piano di rientro per la capitale dell’indebitamento, dei servizi che scoppiano e del “dissesto idrogeologico urbano” (che è causa di ingiustificati allagamenti) in soli 60 giorni?
A chi e come sarà deputato il controllo della sua congruità?
E, se ritenuto incongruo, si farà ricorso ad un ulteriore provvedimento legislativo?
La risposta, da condividersi, è quella della Sezione delle autonomie della Corte dei conti, non canonicamente osservata per la città partenopea ed estremizzata per la città che ospita Papa Francesco.
Forse, il generale dissesto che affligge il sistema municipalistico italiano deve trovare in modo più coordinato la soluzione che merita.
Un compito, questo, del quale dovrà occuparsi il nuovo Governo, che ad oggi, invece, risulta disattento sulla problematica. 

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