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Manca ancora il rimedio agli squilibri

Ti aspetti l’«autonomia di entrata» e invece, dopo un tourbillon di voci che scompaiono e di altre che le sostituiscono, ti ritrovi con la vecchia logica dei trasferimenti, nemmeno troppo mascherata. Un maquillage, attento a non turbare troppo gli equilibri, che non crea autonomia e che sembra piuttosto rispondere all’esigenza di cambiare tutto perché nulla cambi. Il federalismo fiscale potrebbe essere l’occasione vera per permettere alle province, e ai loro contribuenti, di capire davvero chi fa che cosa e con quali soldi. Dopo anni complicati, fatti di proclami di abolizione e di convegni in cui gli amministratori si limitavano a ribadire l’esigenza di un «governo di area vasta», la riforma federalista può essere il mezzo per riempire questa esigenza di contenuti. Così, però, non si va lontano. Solo colpa della fretta con cui il governo ha deciso di chiudere la fase preliminare del federalismo, per provare a blindare la riforma prima di entrare nel pieno della burrasca politica? Oppure è il prezzo da pagare per non infastidire nessuno all’interno della maggioranza? Qualunque sia la risposta, non c’è dubbio che nel disegno federalista del governo le province rappresentino l’anello debole. A loro dovrebbe andare solo un nuovo tributo “manovrabile”, l’imposta sulla Rc auto. A compensare la soppressione dei trasferimenti statali sarà la compartecipazione alle accise sulla benzina, quelli regionali saranno sostituiti da una fetta dei proventi del bollo auto che, par di capire, continuerà a essere gestito dale regioni. Ma le compartecipazioni, basate su un’aliquota fissa (ancora da decidere), nei fatti sono trasferimenti mascherati: cambia il nome, ma non cambia l’atteggiamento degli amministratori, chiamati solo ad attendere un assegno in arrivo da fuori. Se i principi del federalismo fiscale sono la responsabilità degli amministratori e la trasparenza nei confronti dei cittadini, messi in grado di valutare se le loro tasse si trasformano davvero in servizi, questi principi sono destinati a rimanere fuori dai palazzi delle province. Tra i vasi di ferro delle regioni e dei comuni, le province sembrano destinate a fare ancora una volta la parte del vaso di coccio. Debolissime tra i deboli, poi, appaiono le zone “decentrate”, soprattutto al sud. Il problema era prevedibile, perché è facile capire che a Milano e a Roma girano più automobili che nelle province più povere. Così il bollo promette di essere molto generoso in Lombardia e Lazio, e del tutto insufficiente in Basilicata e Calabria. Per affrontare il problema, il decreto del governo accenna a un «fondo sperimentale di riequilibrio», che sposterà risorse dalle zone ricche a quelle povere. Ma quale sarà il suo ruolo? Azzerare le differenze è impossibile e sbagliato: se l’Italia federale riproponesse gli stessi equilibri di oggi, la riforma sarebbe perfettamente inutile. Se però l’unico strumento lasciato agli amministratori del Sud per recuperare terreno è l’aumento dell’Rc auto, l’esito del federalismo in provincia è facile da prevedere. Ed è questo il tasto più delicato dell’intera riforma, non solo per le province. Nei territori più deboli, dove la spesa in passoto ha corso sostenuta dagli aiuti centrale, il rischio che gli amministratori locali alzino le tasse per far quadrare i conti è concreto. Nelle regole sulle regioni, il governo è intervenuto in extremis con un comma che impedisce ai governatori di aumentare la pressione fiscale; come si possa conciliare questa regola con la possibilità di aumentare l’addizionale Irpef, però, rimane un mistero. Un mistero indicativo delle incertezze e dei tanti compromessi che accompagnano la «grande riforma».

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