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Ma nei bilanci la politica pesa più della tecnica

Il decreto sull’armonizzazione contabile, in un processo federalista che si vuole fondare su dati certi, dovrebbe essere il cuore del sistema e certo il primo decreto a essere proposto e approvato . Viene invece sottoposto a parere parlamentare solo ora, vittima di priorità politiche che hanno privilegiato il quadro delle risorse da destinare agli enti locali, anche a prezzo di fondarsi su elementi di dubbia affidabilità, come quelli a cui si affida la misurazione dei fabbisogni standard (i costi standard, previsti dalla legge 42/2009, e di cui spesso parla la politica sono invece scomparsi dai testi dei decreti di attuazione). La scelta di misurare i fabbisogni standard attraverso i questionari predisposti dalla Sose testimonia infatti la rinuncia ad una contabilità degli enti locali che dia informazioni analitiche e affidabili. Una scelta di realismo, da un certo punto di vista. Ma soprattutto una resa, non dettata dalla impossibilità di arrivare a dei risultati certi, ma dal fatto che, evidentemente, non si è ritenuto che questa fosse una priorità. C’è da chiedersi, però, se a questo punto abbia un senso portare avanti un processo di armonizzazione dei bilanci. Del resto la strada seguita, che certo rispetta l’impianto normativo della legge 42/2009, solleva non pochi dubbi, su cui sarebbe opportuno riflettere con attenzione, prima di dare avvio ad un cambiamento che rischia di essere tanto oneroso quanto privo di effetti positivi. La prima perplessità, più di fondo, è questa. Quando si vuole riformare un sistema contabile occorre individuare con chiarezza chi siano i destinatari delle informazioni di bilancio, così come viene sempre fatto nel cosiddetto Conceptual Framework, il documento di “inquadramento” di ogni corpo di principi contabili. Ragionevolmente, questi dovrebbero essere gli amministratori locali, che hanno bisogno di strumenti contabili che favoriscano la razionalità delle loro decisioni, ed i cittadini, che devono giudicare come operano i loro sindaci e presidenti. Ebbene il modello di riferimento adottato è quello della classificazione Cofog, utilizzata a fini statistici (Sec 95). Un elemento importante, ma che serve essenzialmente a Istat e ministero dell’economia, non certo ai sindaci o ai cittadini. Ha senso cambiare i bilanci di oltre 8 mila comuni, con i costi che questo comporterà e le inevitabili difficoltà che si incontreranno, solo per facilitare il pur importante lavoro di arrivare ad un consolidato pubblico nazionale? Un compito fondamentale, ma avrebbe avuto forse più senso, visto che il problema comunque c’è, intervenire a livello di certificati di bilancio e di rendiconto (i prospetti sintetici che i Comuni inviano al ministero dell’Interno e alla Corte dei conti, che sono poi i documenti da cui si attinge a Roma), minimizzando l’impatto sul sistema di decisioni degli enti e sui costi di adeguamento dei sistemi informativi e gestionali. Se poi entriamo nel campo dei postulati di bilancio, e quindi negli aspetti più sostanziali, si deve notare che un cambiamento, rilevante, c’è. Ed è peraltro condivisibile. Nei postulati si è scelto di definire l’accertamento e l’impegno in modo da avvicinarli al momento della entrata e della spesa (si accerta e si impegna nell’anno in cui si ritiene di incassare o pagare). Il fine è quello di limitare il fenomeno, ormai patologico, dei residui e in particolare di quelli attivi, che spesso si rivelano di difficile esigibilità. La scelta, che era sempre stata contrastata dalla dottrina contabile pubblica (e sostenuta per converso dal ministero dell’Economia) pare convincente sul piano sostanziale. Ci domandiamo però se si sia attentamente riflettuto sul fatto che essa porterà, con ogni probabilità, a un pesante taglio delle entrate ordinarie di competenza, e che rappresenta quindi una manovra “implicita” su Regioni ed enti locali. E che cosa accadrà, per quanto riguarda gli importi contabilizzati in precedenza seguendo i vecchi criteri (ovvero se un comune ha accertato 100 nel 2010 pur sapendo che lo incasserà tra 2 o 3 anni come accade per i ruoli delle sanzioni al codice della strada o delle entrate tributarie, tanto per fare un esempio)? Su questi elementi sarebbe meglio immaginare una disciplina transitoria, ed è auspicabile che il Parlamento rifletta con grande attenzione.

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