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Ma a pagare non siano giovani e merito

Il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ha annunciato ieri che tra il 2008 e il 2013 i dipendenti pubblici diminuiranno di oltre 300 mila unità. Forse non si è trattato del giorno migliore nel quale farlo. Sempre ieri il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha spiegato che in due anni abbiamo perso mezzo milione di posti di lavoro. E questo mentre il titolare dell’Economia, Giulio Tremonti, concordava sul fatto che la disoccupazione effettiva, contando anche i cassintegrati e gli «scoraggiati», è pari all’ 11%. Certo, dei 300 mila già 72 mila sono usciti nel biennio passato. La produttività del pubblico impiego, si stima, aumenterà del 2% e, alla fine, grazie alla riforma dell’amministrazione, lo Stato risparmierà nel quinquennio 62 miliardi. Brunetta come David Cameron hanno subito pensato in molti. Il primo ministro inglese nei giorni scorsi ha indicato come obiettivo un taglio di 500 mila statali britannici. Ma il ministro italiano sostiene di averlo superato, perché mentre il giovane premier inglese ha deciso un taglio dell’8% degli oltre 6 milioni di dipendenti pubblici, cioè 490 mila, lui ne manderà a casa l’8,4%. Che in Italia ci siano troppi dipendenti pubblici e soprattutto male impiegati lo sa anche la sinistra. Lo diceva già Giuliano Amato nel 1993 quando, da presidente del Consiglio, intervenendo a un convegno della Cgil usò l’efficace espressione di «posti finti». «Per anni ? disse scioccando la platea dei sindacalisti ? nella pubblica amministrazione e nelle aziende pubbliche abbiamo mantenuto posti a cui non corrispondeva un lavoro. Ci vuole un processo gigantesco di mobilità dal lavoro falso a quello vero». E quattro anni fa, Nicola Rossi, parlamentare ds ed ex consigliere economico di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, in un’intervista a Sergio Rizzo, propose di fare come l’allora premier britannico, Tony Blair, che aveva appena annunciato il taglio di 100 mila impiegati pubblici: prepensioniamo 100 mila dipendenti anziani e assumiamo 20 mila giovani, disse Rossi. Mandare a casa dei lavoratori non è mai una bella cosa. Bisogna distinguere. Il grosso della riduzione dei dipendenti pubblici, spiega Brunetta, avverrà col blocco del turnover, cioè semplicemente non sostituendo chi va in pensione. Ma a rischio sono anche i contratti a termine e di collaborazione. I giovani precari insomma, parte dei quali sono stati presi proprio per aggirare i ricorrenti blocchi delle assunzioni e mandare avanti gli uffici. Quanti di loro, che legittimamente aspirano dopo anni di lavoro fatto bene a una stabilizzazione, saranno invece lasciati per strada? La trasparenza e la meritocrazia, criteri guida della riforma di Brunetta, si misureranno anche su questo. Fare a meno di quasi un lavoratore su 10 presuppone inoltre una grande riorganizzazione della macchina pubblica, che non si può fare senza la mobilità, cioè senza spostare i dipendenti da dove non servono più a dove sono invece necessari. Il ministro garantisce che adesso scatterà anche la «mobilità obbligatoria ». Vedremo. E in ogni caso questa presuppone risorse per la formazione e non solo. C’è infine un problema di consenso. Brunetta è tra i ministri più popolari di questo governo perché ha affrontato con più determinazione e credibilità dei suoi predecessori la riforma della pubblica amministrazione. Scontato, invece, che sia molto meno popolare tra gli statali, soprattutto quelli che occupano i posti finti. Però, se il governo non sarà capace di premiare i dipendenti disposti al cambiamento, quelli più bravi e che si impegnano, la politica dei due tempi (prima il blocco dei contratti, il taglio di 300 mila addetti, poi il resto) rischia di impantanarsi. E al successo della riforma mancherà un elemento decisivo: la partecipazione dei lavoratori. Quelli veri, ovviamente.

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