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L’open data non decolla

Il Governo 2.0 è un paradigma di semplice enunciazione ma di difficile attuazione. Il dibattito sull’Agenda Digitale dovrebbe persuadere i “decisori” a intraprendere, nel più breve tempo possibile, tutte le iniziative necessarie. Trasparenza e leggerezza della pubblica amministrazione vuol dire rendere disponibili i dati in formato non proprietario, dunque a liberarli definitivamente dal giogo della proprietà pubblica, come sta già accadendo in Regione Piemonte (dati.piemonte.it). Il percorso americano, ma anche quello inglese, di avvicinamento al l’Open Data Government è cresciuto con la crisi economica, come una delle risposte alla crisi del capitalismo globalizzato. Servono grandi azioni di sistema, bisogna far leva sulle buone pratiche proposte dai territori. In Italia e tutto ciò stenta a decollare, nonostante l’enfasi dedicata al tema. Non abbiamo una direttiva governativa e nemmeno una piattaforma o una strategia condivisa. Per questo motivo fenomeni come quello del civic hacking seguono un percorso alternativo, forse radicale e anarchico, ma pur sempre utile: la liberazione dei dati pubblici, o lo sviluppo di applicazioni che portino benefici tangibili alla collettività, laddove non vengono gestiti in modo consapevole dall’amministrazione pubblica, passano attraverso la pratica del data scraping o, meglio ancora, del web scraping. Tecnici, esperti, smanettoni, insomma programmatori web con strumenti appositi sono in grado di accedere alle informazioni presenti sul server, estrarle e predisporle per un riutilizzo più creativo. Gli strumenti non mancano: alcune tecniche sono suggerite da Wikipedia o reperibili sul sito di The EasyBee. “Raschiando” il web possiamo trovare anche delle guide molte interessanti sul tema, come quella proposta dallo ScraperWiki. Ma se lo possono fare gli hacker, perché non lo fanno direttamente le amministrazioni pubbliche? La risposta non è facile. Lo stato centrale continua a latitare, nonostante l’Europa ci richiami espressamente al tema e l’associazionismo si stia prodigando per disseminare ovunque questa cultura (Datagov.it). A un mese circa dalla proposta dell’Agenda digitale, di un’azione di sistema non vi è ancora nemmeno l’ombra. Forse le aziende che gestiscono l’Ict nella Pa sono troppo occupate a digitalizzare le vecchie procedure, per ripresentarle sul web senza alcuna componente interattiva e sociale. Il settore, secondo l’ultimo rapporto Assinform, è in grandissima crisi: sta perdendo continuamente competitività e assiste inerme a un continuo calo occupazionale. Di fatto, non si innova, non investe e non è capace di concorrere al disegno di strategie. Per la Pa il digitale resta una voce di spesa, un onere da razionalizzare in tempi in cui i bilanci pubblici sono sempre più contenuti. Ad esempio una soluzione sarebbe a portata di mano, e si chiama cloud computing. Basterebbe sedersi a un tavolo con i fornitori di soluzioni Ict e scegliere la miglior piattaforma cloud gratuita. Solo a titolo di esempio, Google offre le Google Apps for Education in modo gratuito a tutte le scuole. Ma per farlo, bisogna prima saperlo, confrontarsi, ascoltare. Così come ha fatto Barack Obama (sempre lui) alcuni giorni fa cenando con i presidenti delle maggiori aziende Ict americane. In Italia l’Agenda digitale non è stata qualificata dalla maggioranza di governo e, nemmeno dal maggior partito di opposizione che, esattamente una settimana dopo, ne ha presentata un’altra quasi in concorrenza. È necessario convergere, mettere insieme le migliori pratiche che i giovani amministratori e i giovani manager, nei loro territori, stanno già sperimentando. Sono tutte pratiche che fanno tesoro di modelli affermati: open data, cloud computing e social media apps. Dunque innovazione a costo zero. Se la pubblica amministrazione continua a gestire l’It non avrà mai il tempo di innovare e se non innova, tutto il sistema ne risente. Con l’Agenda Digitale, abbiamo dato 100 giorni al governo. Prendere o lasciare. Altrimenti potrebbe essere troppo tardi.

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