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«Lo Stato ci aiuti o non pagheremo le tasse»

PADOVA – Fradici, a rischio bancarotta e infuriati. Acqua, fango e tanta rabbia. «Adesso basta! O lo Stato ci aiuta a risollevarci da questa tragedia, con adeguati aiuti, oppure noi non pagheremo le tasse»: il grido di Luciano Vescovi, vicepresidente degli industriali vicentini, scocca come una freccia sulle frequenze di «Radio 24» e, in un attimo, coagula i risentimenti, le aspettative e le delusioni di una terra, il triangolo Padova- Vicenza-Verona, che di miracoli imprenditoriali ha il copyright, ma che stavolta si sente all’angolo, schiacciato e travolto da un’alluvione che ha messo in ginocchio centinaia di piccole emedie imprese, con migliaia di edifici sott’acqua, viabilità sconvolta, rischio frane, argini distrutti, centinaia di persone evacuate, 250 mila animali annegati. Il cielo è brutto su questo spicchio di Nord-Est. Le previsioni meteo pure. Ma il peggio lo si coglie se si abbassa lo sguardo. Bovolenta, paesone di 3mila anime a sud di Padova, è, suo malgrado, la foto copertina di questa alluvione. L’acqua che martedì notte ha travolto gli argini del fiume Bacchiglione è ancora lì, nonostante il lavoro delle idrovore: «Molte case sono tuttora sott’acqua, una quarantina di aziende ha chiuso i battenti e non si sa se ce la faranno a riaprire, abbiamo centinaia di famiglie che questo mese non riceveranno lo stipendio: ci vogliono soldi ora, non possiamo aspettare i tempi della burocrazia » afferma il vicesindaco Emiliano Baissato. «Lo Stato c’è, non è assente»: Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, ieri ha girato per cielo (in elicottero) e per terra (in una serie di riunioni con gli amministratori) questa valle di acqua, fango e desolazione, cercando di dispensare certezze («I primi 20 milioni sono già stati stanziati, ne arriveranno altri») e disinnescare mine («Evitiamo lo scaricabarile, non politicizziamo l’emergenza»). La macchina dei soccorsi è attivata a pieno regime. Ma l’esasperazione sale. Dal mondo imprenditoriale fioccano gli appelli al governo. Che in teoria dovrebbe essere «amico» visto che il Veneto è solidamente rappresentato (3 ministri, 4 sottosegretari, una settantina di parlamentari), ma che mai come ora qui avvertono lontano. Non è un caso se l’appello-minaccia a non pagare le tasse trova alleati negli ambienti più diversi. «E’ un grido di dolore in un momento in cui le imprese vicentine stanno facendo un enorme sforzo per fronteggiare la crisi» condivide il presidente della Piccola Industria di Confindustria, Vincenzo Boccia. Al loro fianco anche il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni: «Gli imprenditori vicentini hanno ragione. Lo Stato deve aiutarli: le risorse vanno trovate, magari istituendo una tassa sulle transazioni finanziarie e i grandi patrimoni». Ancora più drastica la Lega, con il governatore Luca Zaia e il segretario veneto Gian Paolo Gobbo che dicono: «Se lo Stato non ci darà quello che ci spetta, ce lo prenderemo da soli. Come? Trattenendo tasse come l’Irpef sul nostro territorio fino a quando non saranno arrivati i fondi statali». Uno stato d’animo che l’assessore regionale alla Protezione civile, Daniele Stival, così sintetizza: «E’ ora che i veneti, che in tante occasioni hanno dato, ricevano». Intanto si lotta contro il fango: uomini della Protezione civile, militari, gente comune. Il leghista Luca Zaia, avrà il compito, in qualità di commissario, di quantificare i danni. Anche se la sua opinione sulla situazione l’ha già espressa a voce alta: «Ci vorrà almeno un miliardo di euro per sanare questa ferita». Bertolaso frena, preferisce tenersi sulle generali: «Occorreranno circa due settimane per un’esatta valutazione, comunque è indubbio che si tratta di danni nell’ordine delle centinaia di milioni». Animi bollenti, a dispetto di tutta quest’acqua. «Io a Bertolaso non credo più!» tuona il sindaco di Albignasego, Massimiliano Barison, che ancora aspetta gli aiuti per la tromba d’aria del 2008, che mise al tappeto il suo paese. Chissà, forse ha ragione il presidente della Coldiretti di Padova, Marco Calaon, quando dice che «se da parte di molti non c’è stata la percezione della reale gravità della situazione, dipende anche dall’abitudine tipicamente veneta di subire sempre, senza gridare». Ma se è così, da oggi il vento è cambiato, accidenti se è cambiato.

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