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L’Iva dei comuni si perde tra i numeri

Un fatto è certo: la compartecipazione all’Iva, che ha sostituito in extremis quella all’Irpef in un ruolo da protagonista nelle entrate federaliste dei sindaci, è l’unico passaggio della riforma che manca di una relazione tecnica. Chi pensa che questa sia una questione burocratica è fuori strada: a mancare, fino ad ora, sono i numeri, e il problema non è da poco visto che l’Iva ai sindaci dovrebbe essere una delle voci chiave dei bilanci comunali di quest’anno. Che cosa spiega questo silenzio, alla vigilia dell’arrivo del testo sulle entrate comunali alla camera per l’ultimo passaggio parlamentare prima dell’approvazione definitiva? Un po’ di cronaca aiuta a capire. La nuova compartecipazione è entrata nel testo nelle concitate ore di trattative che hanno preceduto il voto del 3 febbraio in bicamerale, nello sfortunato tentativo di strappare una maggioranza che non è arrivata. Ai sindaci, secondo quanto prevede il comma scritto in tutta fretta prima del pareggio a San Macuto e ritoccato prima dell’ultimo voto in Senato, dovrebbe arrivare l’Iva prodotta dai consumi registrati nella provincia di appartenenza, e distribuita fra i comuni della provincia in base al loro numero di abitanti. Nei prossimi anni, poi, il meccanismo dovrebbe affinarsi, fino ad attribuire a ogni comune il gettito realizzato dai consumi effettivi del proprio territorio, individuati grazie a un set di indicatori economico-statistici. L’obiettivo appare ambizioso, anche troppo visto lo stato di conoscenze attuali sulle dinamiche territoriali dell’imposta: i dati noti finora sono quelli delle dichiarazioni, che però non assegnano al gettito una “targa” certa perché se un piemontese va a Milano a comprare uno stereo o un divano l’Iva dei suoi acquisti è assegnata alla Lombardia. In pratica la geografia delle dichiarazioni favorisce le regioni “esportatrici”, e questo spiega in parte l’entità del primato che Lazio e Lombardia vantano rispetto agli altri territori (si veda sul punto l’intervento di Alberto Zanardi pubblicato sul Sole 24 Ore di venerdì scorso). L’Iva da assegnare ai sindaci è invece quella del quadro «VT», introdotto in via sperimentale nelle dichiarazioni dal 2006, che segue la residenza del consumatore più del luogo dell’acquisto. Qui però arriva il problema : i dati provinciali al momento non ci sono, e per ora fatica ad emergere un quadro sufficientemente certo anche a livello regionale. La nebbia che ancora circonda i dati non permette di capire in che misura il riferimento ai consumi finali è in grado di ammorbidire la sperequazione del gettito, che nelle dichiarazioni appare potente. Alle regioni più “ricche” (Lazio e Lombardia) gli ultimi dati disponibili – tratti dalle dichiarazioni 2009 – assegnano un gettito superiore ai 3.500 euro per abitante, mentre al Sud si scende intorno ai 500 euro pro capite e in Calabria si sprofonda a 335 euro. Non solo: queste cifre sommano 105 miliardi e sono relative ai versamenti effettuati nel-l’anno, ma rimborsi, compensazioni e trasferimenti alla Ue riducono la competenza a quota 80 miliardi euro: per garantire ai comuni i 2,8 miliardi assicurati dalla norma, di conseguenza, l’aliquota di compartecipazione dovrebbe viaggiare intorno al 3,5 per cento, quasi un punto sopra al 2,6 per cento ipotizzato all’inizio. Il nodo essenziale, però, rimane quello degli squilibri territoriali. Il gioco del-l'”import-export” tra regioni spiega solo una parte delle differenze che, oltre al diverso livello dei consumi, sono dovute anche alla geografia dell’evasione, che punta decisamente a Sud. L’assegnazione ai sindaci (e ai governatori) di una quota dell’imposta dovrebbe aumentare l’impegno dei governi locali contro l’evasione, ma prima c’è da risolvere il problema dell’assegnazione territoriale del gettito, che finora ha bloccato tutti i progetti sul tema (fin dai tempi della commissione Vitaletti che tra 2003 e 2006 si era esercitata sul federalismo). L’esigenza di garantire ai sindaci che la sostituzione dell’Irpef con l’Iva non si sarebbe tradotta in una perdita di entrate complessive, poi, ha prodotto una formula bizzarra in base alla quale i frutti locali dell’Iva dovranno essere equivalenti a quelli che si sarebbero avuti con la compartecipazione all’imposta sui redditi. Stando alla norma, il riferimento rimane l’Irpef, e l’aliquota dell’Iva assegnata ai sindaci deve cambiare ogni anno in base alla dinamica dell’imposta sui redditi: un sistema decisamente macchinoso, che rischia di aprire nuovi dubbi in un terreno su cui i dati rimangono pochini.

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