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L’Italia in ritardo su ambiente e rifiuti rischia il giudizio in Corte di giustizia

L’Italia rischia di finire davanti alla Corte di giustizia europea per non aver attuato adeguatamente alcune norme comunitarie. A partire da alcune direttive in materia di ambiente. L’esecutivo di Bruxelles ha chiesto ieri a Roma di applicare correttamente le norme comunitarie sulla prevenzione dei grandi rischi industriali a livello ambientale. L’Italia ha due mesi per rispondere al parere motivato della Commissione europea che, in caso contrario, può deferire l’Italia alla Corte. Nel caso specifico, infatti, la Commissione ritiene che le autorità della Provincia di Trieste non abbiano dato agli abitanti informazioni sufficienti sulle misure di sicurezza e sul comportamento da tenere in caso di incidenti industriali. In altri termini, le autorità triestine non hanno applicato adeguatamente la direttiva 82 del 1996 (la cosiddetta Seveso 2). La Commissione europea ha chiesto oggi all’Italia di conformarsi alla sentenza emessa dalla Corte di giustizia europea nell’ambito dello smaltimento dei rifiuti. Nel 2007, infatti, la Corte aveva concluso che certe regioni italiane non avevano adottato i piani di gestione dei rifiuti previsti dalla direttiva quadro comunitaria. Nel frattempo, tutte le regioni inadempienti si sono adeguate tranne il Lazio che, secondo la Commissione, non è ancora conforme alla legislazione dell’Ue. Quindi l’esecutivo comunitario ha inviato ieri una lettera di messa in mora all’Italia che, se non prenderà le misure necessarie, potrebbe nuovamente finire davanti alla Corte di giustizia europea e ricevere delle sanzioni finanziarie. I problemi del Belpaese non finiscono qui. Ci sono almeno altre tre ragioni per cui Roma potrà essere deferita alla Corte, se non seguirà le raccomandazioni della Commissione. Uno: l’Italia deve eliminare entro due mesi gli ostacoli all’importazione di bottiglie d’acqua da altri paesi europei. In particolare, l’esecutivo di Bruxelles ha sottolineato che la duplicazione dei controlli imposti dalla legislazione italiana costituisce una «barriera sproporzionata e ingiustificata alle importazioni di bottiglie d’acqua da altri stati membri, violando così le regole sulla libera circolazione dei beni nell’Ue». Due: le autorità italiane hanno due mesi di tempo per comunicare alla Commissione i provvedimenti presi contro l’introduzione nell’Ue di organismi nocivi ai vegetali e ai prodotti derivati, in linea con la nuova norma comunitaria sulla salute dei vegetali (la direttiva numero 1 del 2010). Tre: nel giro di due mesi il governo italiano deve recepire le nuove norme comunitarie sulla vendita degli aerosol (la direttiva numero 47 del 2008). A fronte di questa sfilza di scadenze da rispettare, ieri Roma ha ricevuto anche due buone notizie da Bruxelles. La Commissione ha chiuso la procedura d’infrazione contro l’Italia per il recepimento della normativa europea in materia di uguaglianza professionale tra uomini e donne (la direttiva numero 54 del 2006). Infine, l’esecutivo comunitario ha chiuso il caso relativo al riutilizzo dell’informazione del settore pubblico (direttiva n. 98 del 2003).

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