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L’illusione del federalismo neutrale

Il progressivo e inesorabile aumento delle addizionali Irpef si inserisce in un quadro d’insieme in cui, nell’ultimo ventennio, le entrate di competenza degli enti territoriali hanno fatto registrare un balzo di quasi cinque punti di Pil in termini reali, con un incremento nell’ordine del 130%. L’impennata della finanza locale ha peraltro inciso profondamente sulla pressione fiscale complessiva, la cui crescita, dal 38 a oltre il 44%, appare imputabile per più di quattro quinti alla dinamica delle entrate locali.

Il tentativo di conciliare autonomia impositiva degli enti territoriali con invarianza della pressione fiscale complessiva non è riuscito. Eppure, mantenere inalterata la pressione fiscale a carico del contribuente era uno dei pilastri su cui si fondava il passaggio al federalismo fiscale, che avrebbe dovuto portare responsabilizzazione ed efficienza nella gestione degli enti locali senza aggravi impositivi per la collettività.

Per quali ragioni oggi la situazione è diversa? Anzitutto lo scenario di rigore e gli stringenti vincoli imposti al bilancio dello Stato dalla crisi finanziaria internazionale hanno determinato una politica di forti riduzioni dei trasferimenti statali, con gli enti territoriali chiamati a concorrere allo sforzo di contenimento del deficit pubblico. Inoltre s’è cercato di far ricadere sul territorio e sulle responsabilità degli amministratori locali verso i cittadini il meccanismo della leva fiscale. Negli ultimi anni, dunque, lo Stato, che avrebbe dovuto sopportare la compensazione del maggior prelievo su base locale, non è stato in grado di far fronte a questo impegno e ha, a sua volta, incrementato le entrate dell’amministrazione centrale.

In realtà è mancato il coordinamento fra prelievo centrale e locale e stiamo assistendo a un fenomeno “perverso” in cui lo Stato centrale taglia i trasferimenti ma lascia invariato, o aumenta, il prelievo di sua competenza; e gli enti territoriali, per sopperire ai tagli dei trasferimenti, aumentano le aliquote dei propri tributi.

Quali sono le conseguenze di questo fenomeno? Un primo effetto lo registriamo assistendo all’impoverimento del ceto medio che ha subìto in maggior misura l’aumento delle addizionali, delle varie imposte sulla casa, della riduzione dei servizi e dell’aumento delle tariffe. Le fasce di reddito fra i 25 e i 50 mila euro, lavoratori e pensionati, sono quelle per cui, salvo i casi di forti detrazioni, il prelievo locale incide maggiormente.

Gli effetti distorsivi più rilevanti vanno analizzati, inoltre, nella funzione redistributiva territoriale esercitata dalle addizionali. Le aliquote, infatti, sono molto differenziate e, mediamente, più elevate nel centro-sud, anche per effetto degli incrementi automatici nelle Regioni con forti disavanzi sanitari. Si verificano, quindi, significative differenze di prelievo a carico di famiglie che presentano redditi uguali e che, per di più, subiscono, in molti casi, apprezzabili divari nel livello delle prestazioni rispetto alle Regioni o ai Comuni più “virtuosi”. A fronte di un medesimo livello di reddito, ci possono essere forti differenze di prelievo complessivo (Irpef e addizionali) a carico del singolo contribuente, soprattutto per chi si trova negli scaglioni inferiori di imponibile.

Si può creare, dunque, un circolo vizioso, in virtù del quale i territori con redditi medi più bassi, con economie già in grande difficoltà, sono penalizzati da una pressione fiscale locale più elevata, da servizi mediamente peggiori e da tariffe spesso più alte. I cittadini vedono ridursi il reddito spendibile, rallentano i consumi e si crea una spirale recessiva ancor più grave per quel territorio. Si rischia, pertanto, di affossare definitivamente Regioni con elevati tassi di disoccupazione e carenza di prospettive.

Cosa resta da fare ai cittadini? Le reazioni potrebbero portare a una “migrazione”, con il progressivo abbandono delle risorse migliori e più vitali, ovvero a una pericolosa riduzione del livello di tax compliance nel disperato tentativo di “assorbire” il maggior carico tributario. In questo scenario appaiono ormai indifferibili alcune incisive azioni di riequilibrio dei costi della Pubblica Amministrazione, in cui interagiscano, spingendo nella stessa direzione, lo Stato e gli enti territoriali. È necessario chiedersi, ad esempio, se sia normale che i 300 direttori generali di Province e Regioni abbiano stipendi di ammontare medio di 150mila euro all’anno, che, in Gran Bretagna, rappresenta il compenso del capo di gabinetto del Foreign Office. Se non sia rivedibile l’attuale struttura di 700 dirigenti apicali nel Servizio sanitario nazionale, 1300 dirigenti nelle Province e 2000 nelle Regioni, i cui stipendi sono, peraltro, spesso ben al di sopra di quanto pagato, per funzioni analoghe, in altri paesi europei.

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