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Leggi appena nate e già inapplicabili

La legge sul made in Italy subito congelata appena entrata in vigore l’altro ieri, la tracciabilità informatica dei rifiuti rinviata già il primo giorno, quella dei pagamenti degli appalti pubblici nel caos, la banca dati del dna «desaparecida» a un anno dall’istituzione: quattro recenti esempi mostrano come varare una legge non si esaurisca nell’annunciare un titolo ma richieda norme ben scritte, una burocrazia efficiente e soldi veri. Il primo ottobre entrava in vigore la tanto annunciata nuova legge sulla tutela del made in Italy, compresa la tracciabilità obbligatoria delle merci provenienti da Paesi dell’Unione Europea nei settori calzaturiero, tessile e pellettiero: ma l’o-peratività è stata subito congelata da una direttiva della presidenza del Consiglio, per forza di cose rassegnatasi da un lato ad ammettere che non è ancora stato varato il decreto interministeriale attuativo, e dall’altro a tener conto che Bruxelles ha aperto una procedura (almeno 90 giorni di tempo) per verificare la compatibilità dell’apparato sanzionatorio con le norme comunitarie che vietano misure distorsive della concorrenza. Sempre il primo ottobre, dopo già una proroga che aveva fatto slittare la partenza prevista per luglio, sarebbe dovuto entrare in funzione anche il Sistema di tracciabilità informatica dei rifiuti (Sistri): ma in extremis un decreto del ministero dell’Ambiente ha dovuto subito disporre una ulteriore doppia proroga almeno fino a gennaio 2011 perché anche qui non sono stati ben tarati alcuni problemi pratici per le 230 mila aziende interessate, a cominciare dalla incompleta distribuzione delle chiavette usb per collegarsi al sistema centralizzato e dai ritardi nell’e-quipaggiamento degli automezzi con la scatola elettronica di controllo satellitare dei rifiuti. Dal 7 settembre sono in teoria entrate in vigore anche le importanti norme sulla tracciabilità finanziaria degli appalti pubblici: ma, come ha appena spiegato a un convegno il reggente l’Authority competente (acefala da tre mesi come la Consob e il ministero dello Sviluppo economico), «in mancanza ancora di istruzioni operative per capire se la tracciabilità valga o meno anche per i 50 mila contratti già firmati, le grandi stazioni appaltanti hanno sospeso i pagamenti» almeno fin quando non si materializzerà il tam tam che intorno a Palazzo Chigi pronostica o una norma transitoria chiarificatrice o un decreto che sospenda l’obbligo per i vecchi contratti nei 6mesi necessari a un regolamento attuativo. Istruttiva pure la sorte della banca dati del dna, sbandierata un anno fa in uno dei tanti «pacchetti sicurezza»: la legge istitutiva è stata in effetti approvata nel 2009 (anche perché come al solito lo imponeva l’Europa, cioè il Trattato di Prum), ma dopo 12 mesi la banca dati non esiste perché non ci sono ancora né il regolamento organizzativo (che sarebbe dovuto essere pronto 9 mesi fa) né la copertura finanziaria degli 8milioni di euro necessari per i macchinari destinati ai prelievi e all’adeguamento del sistema Afis di raccolta dei dati identificativi. Invece di essere ridotti ad aggiornare la tracciabilità del senso dello Stato o del buon gusto del premier (grafici entrambi in picchiata a forza di denigrazioni di magistrati «famigerati» o «associati a delinquere», e di barzellette sessiste e blasfeme), gioverebbe molto di più curare la qualità della tecnica legislativa. E la tracciabilità delle promesse reiterate.

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