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Legge e rappresentanza

Vi sono due aspetti di rilievo nel recentissimo pronunciamento del Tar che, pur se da interprete meglio, merita però qualche riflessione. In primo luogo, il sistema della politica, nel suo complesso, non riesce a produrre certezza fra le istituzioni e sul piano della rappresentanza. Lo statuto regionale della Puglia contrasta con la legge elettorale che nel 2005 ha istituito il cosiddetto premio di governabilità; e così, nel voto di aprile, in Puglia l’insieme degli eletti superava il limite statutario. Ne è derivata una contesa fra maggioranza e minoranza, e anche un contrasto fra la cifra di consiglieri decisa dallo Statuto, e le esigenze di governabilità, spesso espresse nella logica dei numeri. Gli eletti «ultronei» hanno chiesto al Tar di far valere le loro ragioni, dopo un contorto percorso politico e giuridico, ed ecco che lo stesso Tar ora rimette il dilemma alla Corte Costituzionale, probabilmente proprio sulla base del rilevato conflitto fra due leggi. Duole che anche in un tessuto civile interessante come quello di Puglia, affiori il rischio di andare verso un’imbarazzante situazione di incertezza, quasi un rispecchiamento fra l’i-mpossibilità di una bilanciata conclusione politica, e l’assenza di una definizione giuridica alla vertenza aperta. In tale difficile congiuntura sembra esservi qualcosa che allude alla più generale situazione del Paese, in cui gli elementi di certezza vanno disperdendosi sempre più, persino come idea. Ma la seconda riflessione è più politica, e verte sul fatto che anche in questo caso, abbastanza sorprendente, potrebbe prodursi nell’opinio-ne pubblica della nostra terra un senso di disorientamento, o l’impressione che i rapporti istituzionali stiano diventando sempre meno decifrabili, o sempre più a rischio di sfilacciamento e di strascico nei tribunali. Nel vicenda che ora si è aperta, lasciando la giustizia in totale autonomia di giudizio, rimane preoccupante che si apra una possibile contraddizione fra il livello delle interpretazioni delle leggi, in senso rigorosamente e necessariamente tecnico, e il livello della rappresentanza, che è invece lo strumento con cui si esercita la sovranità popolare. Il problema, di difficile e non immediata soluzione, giunti a questo punto, è che si smarrisca la necessaria equivalenza fra numeri del governo, cioè delle maggioranze, e numeri dei rappresentanti, cioè degli eletti. Questi due termini devono restare in equilibrio come in un’equazione perfetta, senza che nessuno abbia l’im-pressione – sbagliata, almeno per ora – che le ragioni del governo finiscano con l’adattare alle loro esigenze le ragioni della rappresentanza. E poi rimane la dimensione giuridica, che ormai esiste e non può essere fermata, ma si può sperare che sia mossa da ragionevole rapidità, per le urgenti esigenze di chiarezza civile. Non c’è che dire; è proprio una bella matassa, ma il bandolo politico è tutt’altro che aggrovigliato, e la stagione della mediazione chiara e semplice, quando arriverà, sarà sempre la benvenuta.

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