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Le Province rientrano dalla finestra

Il timore è che si passi dalle attuali province alle future province. Di giorno in giorno, gli enti locali regionali pensati dal ministro Roberto Calderoli per ereditare, a riforma costituzionale approvata, le funzioni di area vasta rischiano di somigliare alla riedizione delle amministrazioni odierne. Una conferma si è avuta ieri quando il responsabile della Semplificazione ha presentato agli esponenti del Carroccio riuniti a Monza una nuova bozza del Ddl costituzionale approvato giovedì scorso dal Consiglio dei ministri. Le novità maggiori riguardano l’articolo 2: al primo comma, che dà mandato alle Regioni di istituire «forme associative tra i Comuni per le funzioni di governo di area vasta» e definirne organi, funzioni e legge elettorale, se ne aggiunge un secondo, che lascia in vita il «presidente» e affida alla legge regionale la scelta se prevedere o meno la sua «elezione a suffragio universale e diretto». Così da affiancare a un consiglio di secondo livello, formato cioè dai sindaci o dai rappresentanti dei municipi associati, una figura scelta dai cittadini. Il nuovo comma 2 recupera poi la soglia di 300mila abitanti o 3mila chilometri quadrati di estensione prevista dal testo originario della manovra bis. Lì serviva a fissare l’asticella sotto la quale scattava la soppressione mentre ora funge da tetto minimo per la creazione dei nuovi enti. Insieme alla precisazione che il loro territorio non potrà coincidere con quello delle Città metropolitane. A detta dei leghisti tutte queste misure servono a rendere ancora più federalista il Ddl Calderoli. Sarà ma il dubbio che il nuovo sistema alla fine ricalchi troppo da vicino quello vecchio rimane. Insieme alle perplessità sull’utilità di affrontare i costi di una tornata elettorale ad hoc per far eleggere una sola figura.

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