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Le liberalizzazioni? Una favola

Ci hanno raccontato che le liberalizzazioni dovevano essere la molla che avrebbe scatenato la concorrenza; la leva per aprire il mercato dei servizi professionali; l’elisir che avrebbe rimesso in circolo l’economia del Paese. Avevano persino riconosciuto il contributo di molte attività professionali alla diffusione dell’innovazione scientifica e tecnologica nell’interesse della competitività del Paese. Avevano promesso di non disconoscere le peculiarità che connotano le attività intellettuali, che mai sarebbero state assimilate alle attività commerciali.
È tutto scritto nero su bianco nel dossier che ai primi di gennaio l’Antitrust ha consegnato al governo per rimuovere gli ostacoli della concorrenza nelle professioni e per favorire la competitività del sistema Paese. Tra le priorità veniva ribadita la necessità di abolire qualsiasi forma di tariffario, ma aveva anche sollecitato una profonda riforma nella composizione degli organi disciplinari degli Ordini, e nuove regole su formazione e pubblicità dei professionisti. Si trattava di principi concorrenziali che potevano essere applicati, anche nel settore delle professioni, in modo compatibile con le esigenze di protezione sociale e di tutela dei rilevanti interessi pubblici ad esso sottesi. Insomma, una maggiore ispirazione del quadro regolamentare ai principi della competitività poteva solo arrecare benefici stimoli ai professionisti e, di riflesso, all’intera collettività.
A parte l’abolizione delle tariffe, di tutto questo non c’è traccia nel decreto legge sulla concorrenza, le liberalizzazioni e le infrastrutture, varato venerdì 20 gennaio dal consiglio dei ministri. Forse c’è stato un corto circuito tra l’autorità garante e il Governo, o forse l’esecutivo non ha avuto l’ardire di affondare il colpo, eliminando una volta per tutte quelle rendite ingiustificate che imbrigliano, tra costi imposti e burocrazia, l’attività dei liberi professionisti. Le «lenzuolate» di Monti si fermano sul pelo dell’acqua, limitandosi ad alleggerire gli oneri a carico dei clienti, siano esse imprese o cittadini. Ma non affrontano il nocciolo del problema: rendere davvero competitivi i liberi professionisti all’interno delle moderne dinamiche del mercato.
Siamo fermamente convinti che il settore delle attività intellettuali debba essere profondamente rinnovato e confermiamo la nostra fiducia sull’azione del governo, ma il risultato che emerge dal primo intervento «liberalizzatore» è ampiamente sotto le attese. Partendo dalla manovra di Ferragosto, il presidente Monti aveva la possibilità di intervenire direttamente sul mercato delle libere professioni, ridefinendo alcune funzioni attribuite agli ordini che complicano la vita agli iscritti agli albi. Si attendeva, per esempio, una maggior apertura sul fronte della formazione, consentendo quindi ai professionisti di scegliere i percorsi formativi più idonei alla loro preparazione professionale; l’abolizione delle tariffe dovrebbe prevedere procedure certe per l’esigibilità delle parcelle; un altro intervento atteso dai professionisti riguardava la sottoscrizione delle assicurazioni professionali: l’attribuzione agli ordini di stipulare convenzioni con le compagnie assicurative, oltre a limitare la scelta dei professionisti, appare incompatibile con la loro funzione pubblica; insieme con il tirocinio nelle università si poteva intervenire sull’equo compenso ai praticanti, insistendo nel solco dell’apprendistato di alta formazione e ricerca (come per altro, disciplinato nel nuovo Ccnl degli studi professionali) per assicurare ai giovani un inquadramento contrattuale e maggiori tutele di welfare. È mancato, insomma, quello che tutti gli iscritti a un albo professionale si aspettavano: creare la condizione per un alleggerimento dei costi, così come una semplificazione delle procedure collegate alle prestazioni professionali, soprattutto verso la pubblica amministrazione: fisco, uffici del lavoro, enti locali… Intervenendo su questi semplici punti, il presidente Monti avrebbe potuto dare un segnale forte ai cittadini e ai professionisti di reale apertura del mercato dei servizi professionali.
Non è andata così. Le liberalizzazioni hanno lasciato immutato il sistema che governa le libere professioni. Per salvaguardare le prerogative di pochi, sono stati sacrificati i milioni di iscritti agli albi professionali, che ora si trovano di fronte a nuovi adempimenti burocratici e costi occulti utili solo a perpetuare lo status quo. Pensiamo, per esempio, ai vincoli imposti dal nuovo compenso che prevede di formulare ex ante gli oneri legati alla prestazione professionale e di comunicare al cliente gli estremi della polizza assicurativa per i danni provocati nell’esercizio dell’attività professionale, senza contare l’illecito disciplinare che scatta se non si adempie all’obbligo normativo. Nessuna categoria, nessuna, nel panorama delle attività produttive e commerciali, è sottoposta a una simile procedura. Il ritratto del professionista che emerge dalla lettura del decreto legge è al di fuori di qualsiasi realtà. La manciata di commi, infilati sotto l’art. 9 del decreto legge, rendono l’immagine di un soggetto professionalmente ed economicamente poco affidabile, minando alla radice il rapporto fiduciario che esiste tra professionista e cliente. Quello che non emerge dalla novella normativa è che le tariffe sono state ampiamente superate dalla crisi, in compenso sono schizzati alle stelle i premi delle polizze assicurative per i danni provocati nell’esercizio dell’attività professionale.

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