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Le istituzioni da difendere

Le orchestre di bordo suonano tutte, incessantemente, le stesse canzoni: «Escort», «Noemi », «Ruby». Fra i passeggeri, c’è chi balla senza sosta, assordato dalla musica; ma il numero di quelli che restano seduti, e non desiderano altro che il viaggio finisca, aumenta. Il comandante gira fra i tavoli, corteggiando le signore; gli altri ufficiali canticchiano le parole delle canzoni, non curandosi della rotta. La nave procede sempre più lenta. Inesorabilmente, si avvicina all’iceberg. Fra poco ci sarà l’urto e la nave affonderà. Si fa qualche illusione chi, nel mondo della politica e dei media, pensa che il crepuscolo di Berlusconi, le divisioni nel Popolo della libertà, le ambizioni di Fini di dar vita a una nuova rappresentanza della borghesia produttiva, la prospettiva di alternanza di governo, si concreteranno, in un modo o nell’altro, secondo le diverse aspettative; si chiuderà, con la «fase di transizione», la crisi del sistema politico e tutto si aggiusterà. O con un governo di transizione, o con nuove elezioni, o con la prosecuzione della legislatura fino al suo termine naturale. No. La crisi del sistema politico è la sindrome di una crisi istituzionale analoga a quella che pose termine alla Quarta repubblica francese. Manca la causa scatenante (l’Algeria), manca l’uomo che vi mise rimedio (de Gaulle). La Lega già dice che, di fronte alla nascita di un governo di transizione, scenderebbero in piazza milioni di cittadini. Non è uno slogan. È la previsione di un accadimento possibile. L’e-splosione della «questione settentrionale», la protesta dell’Italia produttiva contro il parassitismo regionale e corporativo, il concretarsi della crescente inquietudine, prodromo della secessione, del Nord. Nuove elezioni lascerebbero le cose come stanno, perché, da colmare, è la carenza di «una certa idea dell’Italia » di tutta la classe dirigente, non il vuoto di decisione politica e la pur legittima esigenza di alternativa di governo. La prosecuzione della legislatura altro non sarebbe, per le stesse ragioni, che il protrarsi dell’agonia. Lo spettro della crisi istituzionale ? che metterebbe in pericolo l’architettura democratica ? già aleggia. Minaccia di concretarsi se, in Parlamento e nei media, non si incomincerà, da subito, a pensare al Paese, e ai suoi problemi. Non si tratta (solo) di chiudere la parodia di quella guerra di liberazione che è il conflitto fra «usurpatori» berlusconiani e «resistenti» antiberlusconiani; e che della crisi della politica è l’effetto, non la causa. Ma di affrontare ? da destra e da sinistra ? il problema delle riforme, ancorché ciascuno con i mezzi che gli sono propri, che producano la necessaria modernizzazione dello Stato e una maggiore autonomia della società civile. Chiedere al mondo della politica, e a quello intellettuale, di farsene carico non è né moralismo, né fuga nell’utopia. La moralizzazione della sfera pubblica non è affare dei carabinieri? che già si occupano di quella privata ? ma della politica. L’utopia di cui si sente la necessità sono l’empirismo e il pragmatismo politici. Pensare al Paese, e ai suoi problemi, non è più (e solo) un imperativo morale. È diventata una condizione di sopravvivenza civile.

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