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L’albero storto che bisogna raddrizzare

Isaiah Berlin diceva che «raddrizzare il legno storto dell’umanità» è la più grande e perniciosa delle utopie. Il filosofo del liberalismo non conosceva probabilmente il fisco italiano. Un «albero storto» secondo la definizione di Giulio Tremonti, che si accinge per l’appunto a raddrizzarlo. O perlomeno a provarci. Perché l’utopia è non meno grande e non meno perniciosa di quella indicata da Berlin. E va affrontata, se si deciderà davvero di percorrere questo ultimo miglio dell’attuazione del federalismo fiscale, con coraggio, ma anche con grande prudenza. Un’utopia, senza dubbio. Perché se l’albero è storto lo si deve a un processo di decenni, che ha aggiunto passo dopo passo sempre nuova complicazione al sistema fiscale italiano. Finanche i criteri contabili dei bilanci comunali si sono via via differenziati, tanto che il solo avere una base di dati omogenei sembra oggi un successo. Un’utopia perniciosa. Perché con i mercati pronti a punire ogni defaillance delle finanze pubbliche dei paesi euro, mettere mano ai meccanismi portanti delle entrate e delle uscite è impresa da maneggiare con estrema cura. Tremonti ha assicurato che il riordino non costerà. Ma per sua stessa ammissione è ancora presto per avere certezze sulle partite contabili che vengono a spostarsi. Preoccuparsi è allora una questione di buon senso. Anche perché la finanza pubblica italiana, e il ministro lo sa bene, è un castello di carte, spostarne una può determinare il crollo dell’intera costruzione, figuriamoci spostarle tutte. Forti di questa consapevolezza, ci sono molte buone ragioni per incamminarsi lungo l’ultimo miglio dell’attuazione della riforma federale. È almeno dalla fondazione delle Regioni, nel 1970, che il sistema della rappresentanza fiscale ha cominciato a indebolirsi. Anche perché mentre le regioni facevano il loro esordio, la delega per la riforma del ’71 segnava una nuova centralizzazione del sistema tributario. E le riforme degli ultimi decenni, dal decentramento amministrativo al Titolo V, hanno accentuato gli squilibri, lasciando invariate le leve fiscali. Oggi le Regioni sono un concentrato di poteri inimmaginabile 50 anni fa. Sono guidate da governatori eletti direttamente, con un modello presidenziale tra i più forti del mondo, che a livello locale si confrontano con sindaci non meno esposti sul fronte popolare. Per le decisioni di questi amministratori passa una spesa discrezionale pari a 171 miliardi (la spesa statale discrezionale è di 84 miliardi). Mettere nelle loro mani anche le leve del fisco è il completamento razionale, e probabilmente inevitabile, di un processo già avviato. Ripristinare il circuito “vedo, pago, voto” può essere uno straordinario volano per una più rigorosa gestione della cosa pubblica. E soprattutto delle risorse pubbliche, sotto il principio sacrosanto dei costi standard, per i quali una siringa in Calabria non può costare il doppio di una in Lombardia. Ecco la vera scommessa del federalismo fiscale. Funzionerà, e la sfida sarà vinta, se sarà in grado di produrre una crescita del ceto politico locale e in particolare di quello meridionale. Negli anni 70 su «Nord e Sud» Francesco Compagna individuava nella inadeguatezza delle élites meridionali il primo problema italiano. Da allora la situazione è anche peggiorata. Il federalismo fiscale può e deve essere un’occasione di crescita di quel ceto politico. Non, quindi, un’operazione a trazione settentrionale contro il Sud, ma una grande trasformazione con il Sud per l’Italia. Il ministro Roberto Calderoli ha dimostrato finora grande accortezza. La sua attenzione dedicata al confronto e alle ragioni della perequazione tra i territori ha permesso alla riforma di prendere corpo. Ora però si entra nella fase decisiva in un clima politico, all’interno della maggioranza, ansiogeno e pieno di incertezze. Tutt’altro che il clima che servirebbe. Chi ha davvero a cuore le sorti del federalismo fiscale farebbe bene a dare una mano per svelenirlo. Non si possono raddrizzare gli alberi sotto l’uragano.

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