Questo articolo è stato letto 0 volte

“La troppa fretta negli appalti pubblici sta accelerando il giro delle mazzette”

MILANO – Politica incapace di fare norme più stringenti per combattere il fenomeno delle mazzette. Ma anche troppe deleghe in bianco nell’assegnazione degli appalti pubblici che aumentano gli appetiti famelici degli affaristi. Gerardo D’Ambrosio, l’ex responsabile del pool di Mani pulite, risponde al telefono mentre al Senato è in corso una vibrante discussione. L’esponente del Pd, dopo i molti allarmi lanciati negli anni scorsi, appare quasi scoraggiato di fronte alle parole usate dal presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino nel suo discorso di insediamento. «Che la corruzione sia un fenomeno diffuso, non c’è dubbio. Basta elencare i numerosi casi venuti alla luce ultimamente». Senatore, quindi il passato non sembra non essere proprio servito a nulla? «La corruzione è un reato difficile da scoprire di per sé. Per la mia esperienza non è mai stato denunciato, perché non è nell’interesse né di chi paga, né tantomeno del funzionario infedele. In più, le mazzette sono un fenomeno sommerso che ha una caratteristica: i funzionari corrotti di solito lo diffondono. Se un dipendente lavora in un ufficio in cui è presente la corruzione, difficilmente se ne va, ma è più facile che finisca per adeguarsi anche lui al sistema». Sta dicendo che è un aspetto culturale? «Che ci sia corruzione è evidente, lo dimostrano i fatti di cronaca recenti. Perché ultimamente continui a diffondersi penso sia solo la conseguenza alle deroghe sugli appalti, licenziati dalla politica come “opere urgenti” e “grandi opere”. Queste deroghe facilitano episodi di abuso d’ufficio, ma perseguirli è diventato difficile a causa di norme che non contrastano più l’interesse dei privati in atti d’ufficio. Basta pensare che per questo reato non è più consentito disporre le intercettazioni telefoniche». Ma qui, senatore, stiamo parlando di mazzette. «Con l’inizio di Tangentopoli spesso si cominciava un’inchiesta perseguendo un abuso d’ufficio e si arrivava a scoprire le grandi corruzioni. Adesso tutto questo è scomparso perché la legge non lo consente più». Quindi sono le norme vigenti che non aiutano la lotta alla corruzione? «Il disegno di legge proposto in materia dal ministro Angelino Alfano non presenta alcuna novità in questa direzione. Si è limitato ad aumentare le pene per la corruzione, senza cambiare i tempi della prescrizione. D’altra parte, il governo non ha nemmeno creato nessun organo indipendente di controllo per prevenire i fatti di corruzioni. Il fenomeno è sempre lo stesso. Durante Mani pulite si giustificava l’abuso dicendo che si finanziavano i partiti, anche se a volte occorreva avere funzionari corrotti o funzionari nella stesso ordine di idee del potere». Le ultime inchieste hanno dimostrato che non è più la procura di Milano a trainare il contrasto al fenomeno. Da cosa dipende? «A Milano c’era un gruppo di magistrati eccezionale. Mi vengono in mente Piercamillo Davigo, Ilda Boccassini, Gherardo Colombo e anche Antonio Di Pietro, che si occupavano solo di questo fenomeno. Tra loro è rimasta solo la Boccassini, che però è diventata coordinatrice dell’a-ntimafia. Anche Fabio Napoleone, che era un pilastro per le inchieste sulle tangenti negli appalti pubblici, ha lasciato Milano. Quella mole immensa di carte e inchieste prodotta durante Mani pulite era il frutto del lavoro di una ristretta cerchia di magistrati. Non so se, attualmente, sia stata ricreata un équipe di pm competenti come allora».

Continua a leggere su: Repubblica

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>