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La tentazione dei frammenti

Ogni tanto si parla di nuove provincie, o nuove regioni; e ora ecco una regione Salento, voluta – si dice – da molti sindaci del luogo e da una televisione privata, dotata di un certo seguito. Forse è solo propaganda; resta il fatto che la tentazione di frammentare il territorio in piccole entità non è solo un riflesso negativo dell’ormai ventennale propaganda leghista. Qui siamo ad una logica antiunitaria, tutta da analizzare. Perché una sorta di ritorno alla Terra d’Otranto, autonoma dalla Puglia, che non è certo uno Stato, dovrebbe apportare maggiore vantaggi alle popolazioni del Salento? Perché la disintegrazione dell’attuale assetto regionale dovrebbe far crescere, con l a micro- identità, anche il benessere nel «tacco» del Paese? L’effetto distorcente per cui la differenziazione, tipica di una regione come la nostra, da essere una ricchezza divenga una spinta alla disgregazione, ha radici antiche – si risale addirittura a Codacci Pisanelli -ma anche più recenti. Si pensi, per esempio, alla discutibile moltiplicazione di cloni universitari proprio nel Salento, dove il solido ateneo di Lecce ha improvvisamente visto, a pochissimi chilometri, Taranto e Brindisi divenute sedi di università tutt’ora fragilissime e incerte. E si pensi al ritardo delle politiche del turismo regionale, che ancora non riescono a fare i conti con i disastrosi trasporti nazionali, a giudicare dai falsi treni eurostar destinati a Bari e, in misura ancora più scarsa, a Lecce. E allora, come affrontare queste tendenze centrifughe che di tanto in tanto si affacciano? Certo, la vecchia idea di un controllo delle risorse prodotte «in loco» come garanzia di buon governo è dura a morire, specialmente in tempi in cui le politiche organiche per il Mezzogiorno sono solo chimere; tuttavia la partita del territorio e della stessa funzione della regione va affrontata fuori dall’equivoco della «conta » dei feudi, come ha fatto Berlusconi all’indomani del voto regionale. Qui non si tratta di appartenenza di bandiera, ma della costituzione di una forza di governo – e anche di una classe di governo – che sulla scala del proprio territorio costruisca programmi di integrazione e di riequilibrio sociale, basati su una precisa ricognizione dei ceti e degli interessi, e in grado di produrre momenti di unità e di aggregazione identitaria. Il problema è di estrema attualità, di fronte alla scorciatoia del localismo allevato all’ombra di gruppi dirigenti non ancora pronti alla verifica della qualità della loro visione dello sviluppo. L’altra faccia della politica-azienda è quella delle mille aziende, sintomo di atomizzazione da parte di soggetti sociali sempre più incapaci di mediazione e di recupero positivo, non scissionistico, delle loro stesse tradizioni. Se si vuole porre un freno a tentazioni da neofeudalesimo, vanno incrementate le politiche di integrazione e la sana economia; proprio ciò che non riesce in tanti comuni, e che per le regioni rimane una questione aperta, ma tutt’altro che facile.

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