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La tassa è certa, le detrazioni no: a rischio la tutela delle fasce basse

Un delicatissimo equilibrismo matematico e finanziario, nel tentativo di rendere la Tasi il più possibile simile all’Imu nella distribuzione del peso fiscale fra le diverse categorie di abitazioni. Un esercizio complesso, che attende i sindaci e i ragionieri dei Comuni, e che appare fatalmente destinato all’insuccesso, soprattutto nelle grandi città.

È il risultato paradossale a cui rischia di approdare il travagliato lavorio che continua ad allungare i propri tempi per l’ennesima “riforma” del Fisco immobiliare, con cui si sta cercando di costruire un’architettura del prelievo traballante in questo 2014, e destinata a tramontare già l’anno prossimo anche se quando si parla di tasse la stabilità delle regole sarebbe un valore in sé.

Il problema principale, su cui si sta esercitando la politica nazionale e locale ormai da oltre due mesi, è quello delle detrazioni per l’abitazione principale. La ragione è semplice, ed è stata segnalata in più di un’occasione da questo giornale: gli sconti fissi che accompagnavano l’Imu, 200 euro per tutti e 50 euro per ogni figlio convivente fino a 26 anni, bastavano ad azzerare l’imposta per 5 milioni di proprietari, che vivono in case di valore fiscale basso, ed erano sufficienti ad alleggerire drasticamente il conto anche a molti altri milioni di contribuenti, che abitano in appartamenti di valore medio. La maggioranza dell’imposta, allora, era a carico di una ristretta minoranza di persone, gli abitanti delle case più grandi, nei centri storici delle città, o dei «villini» (anche se non «di lusso») di più alto valore fiscale.

La Tasi invece nasce “piatta”, senza detrazioni, e così rischia di far pagare qualcosa a chi non ha mai versato l’Imu e di chiedere di più a chi pagava poca Imu, riservando invece forti alleggerimenti d’imposta alle abitazioni di valore più alto (almeno per il Fisco). Nasce da qui la partita delle detrazioni che, secondo le ipotesi su cui si stanno confrontando Governo e maggioranza, andrebbero finanziate con un aumento dei tetti all’aliquota.

Un meccanismo caratterizzato da aliquota più alta e sconti per le fasce più basse di proprietari fa assomigliare sempre più la Tasi alla vecchia Imu, che ha monopolizzato il dibattito politico del 2013 nel tentativo di abolirla. La somiglianza, però, resta imperfetta soprattutto se, come sembra, il correttivo prevederà che i Comuni usino il gettito della super-Tasi «prioritariamente» per introdurre detrazioni. Tradotto in italiano, significa che l’aliquota può salire fino al 3 per mille (o al 3,5 per mille se il Governo o il Parlamento dovessero decidere in questo senso), ma le detrazioni resteranno incerte. Anche dove saranno introdotti, gli sconti rischiano di restare molto lontani dall’obiettivo di coprire tutte le fasce “tutelate” dall’Imu. Con la Tasi i Comuni cercheranno di raggiungere i livelli di entrate garantiti dalla vecchia imposta, per cui il rischio di detrazioni in formato mini, che lasciano scoperta la maggioranza dei contribuenti, si fa più intenso dove le aliquote della vecchia Imu sono arrivate più in alto. Da Torino a Milano, da Brescia a Venezia passando per Verona, da Genova a Bologna, da Roma a Napoli, nell’ampia maggioranza delle città l’Imu è servita anche a compensare gli effetti della spending review, ed è volata ai livelli massimi o molto vicino. In queste città, e nelle migliaia di Comuni in condizioni analoghe, lo spazio per le detrazioni rischia di essere molto limitato. Finanziarne una parte con l’ennesimo aumento sugli altri immobili, poi, significa colpire ancora una volta il mattone più schiacciato dagli aumenti di questi anni, e azzerare anche i mini-sconti determinati dalla deducibilità molto parziale dell’Imu per gli immobili delle imprese.

Su tutto l’impianto aleggia poi l’incognita del 2015, quando cadranno i 500 milioni messi dal Governo per le detrazioni e la Tasi sulla prima casa potrà arrivare al 6 per mille, sfondando ogni limite alla pressione fiscale.

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