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La stretta sulle pensioni e l’esempio che manca

Gira e rigira sembra che in questo Paese il modo più efficace per ridurre la spesa pubblica sia sempre quello di dare una “sforbiciata” al sistema pensionistico. Sotto un certo profilo, ciò è comprensibile, visto che, prima dell’inizio del lungo periodo di riforma, nei primi anni 90, il sistema era finanziariamente insostenibile. E che, in considerazione della lenta transizione verso l’applicazione delle nuove regole, le pensioni assorbono ancora oggi circa il 30% della spesa pubblica complessiva e più del 15% del Pil; e, infine, visto che altri comparti della spesa pubblica (scuola, sanità, giustizia) sono essenzialmente legati agli stipendi dei dipendenti pubblici, magari contenibili, ma molto più difficilmente “tagliabili”. Sotto altri profili, tuttavia, i conti tornano assai meno e c’è da domandarsi se davvero vi siano ancora spazi per riduzioni della spesa, in aggiunta a quelle già in corso di realizzazione, a scapito soprattutto delle generazioni giovani e future, per le quali varrà il metodo contributivo di calcolo delle pensioni, che nulla regala ai pensionati rispetto ai contributi che gli stessi hanno versato come lavoratori. Anzitutto, le grandi riforme pensionistiche degli ultimi 15 anni sono state indirizzate non soltanto a limitare la spesa e a disegnare un sistema in sé finanziariamente stabile, e pertanto capace di assorbire gli shock demografici e macroeconomici, ma anche caratterizzato da maggiore equità di trattamento, e perciò sgombro dai precedenti inaccettabili privilegi a favore delle categorie più ricche, e da minori distorsioni delle scelte individuali. Un primo criterio per valutare le nuove misure di aggiustamento, in discussione in questi giorni, riguarda perciò il loro grado di coerenza con l’impianto complessivo, a evitare incongruenze che, nascoste dietro un vantaggio “di cassa” di breve termine, potrebbero invece creare intoppi al funzionamento del sistema nel medio-lungo termine. Rispetto a questo elemento di giudizio, le proposte sono tecnicamente sostenibili. Si tratterebbe, infatti, anzitutto di anticipare di un paio di anni (al 2013 anziché al 2015) l’entrata in vigore della norma, introdotta nel 2010, che correttamente aggancia l’età di pensionamento all’aspettativa di vita. Anticipare una norma già prevista, e accettata, per il futuro non aumenta la credibilità del legislatore, ma non appare neppure il peggiore dei mali. La seconda misura di cui si parla consiste nel parificare l’età di uscita delle dipendenti pubbliche, per le quali è già stato deciso l’aumento a 65 anni in osservanza a un’ingiunzione europea che imponeva di sanare la disparità di trattamento tra i generi nel comparto, con quelle del settore privato, per le quali il pensionamento di vecchiaia è rimasto a 60 anni. Anche in questo caso, si tratta di una differenza di trattamento scarsamente giustificabile, la cui correzione da parte del Governo era nelle attese. D’altronde, l’aumento dell’età nel pubblico impiego si realizzerà in modo graduale entro il 2018 ( a meno di nuove “accelerate”) e la stessa gradualità dovrebbe essere adottata nel sistema privato. Naturalmente, le risorse liberate, nell’uno e nell’altro caso, con l’innalzamento dell’età dovrebbero essere destinate non già a una generica riduzione del disavanzo, ma a favorire la sempre sacrificata occupazione femminile. Dobbiamo allora acconsentire a questi nuovi interventi? In realtà, vi sono almeno due caveat, uno interno e l’altro esterno al sistema pensionistico, che suggeriscono un atteggiamento più cauto. Il primo è quello relativo alla certezza delle regole. I cambiamenti estemporanei non si addicono al sistema previdenziale, in quanto ne aumentano il grado di incertezza, introducono costi di aggiustamento e causano perdita di fiducia nei lavoratori. Un secondo problema, esterno, è invece la scarsa legittimazione della classe politica a richiedere sacrifici ai lavoratori, senza una preventiva e credibile dimostrazione del fatto che, di questi sacrifici, essa stessa si farà capofila. La riduzione, trasparente e controllabile, dei costi della politica, ivi inclusi i privilegi pensionistici, appare perciò una condizione ineludibile affinché queste nuove correzioni, pur tecnicamente valide, siano anche socialmente accettabili.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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