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La sfiducia dei numeri

Guai se l’Italia diventa lo “Stato da vendere”, abbiamo scritto dalle colonne di questo giornale sabato 30 luglio. Purtroppo è accaduto, anzi è successo di peggio: è dovuta intervenire la Bce perché siamo diventati lo “Stato da vendere”, ma scarseggiano i compratori. Per capire come stanno davvero le cose basta pensare che a fine giugno, dopo l’outlook negativo di Standard & Poors e l’avviso di declassamento di Moody’s, il nostro spread con i titoli pubblici tedeschi era di 200 punti. Oggi siamo poco sotto i 400 e abbiamo dovuto collocare i titoli di Stato a 5 anni a un rendimento del 5,60%, quasi un punto in più dei corrispondenti titoli spagnoli. Nel frattempo si è visto di tutto: prima si è detto che l’emergenza non c’era, poi si è riscritta più volte la stessa manovra, sono entrati e usciti i tagli ai costi della politica, è uscito e poi rientrato (modificato) il contributo di solidarietà, si è inseguito come la terra promessa (fino a trovarla) un punto di Iva in più che avrebbe dovuto finanziare a nostro avviso la riduzione dei prelievi contributivi e fiscali su imprese e lavoratori ed è, invece, finito a dare manforte a saldi e coperture. Ne è nato un articolato pesante che vale 54 miliardi dove quasi due terzi sono nuove entrate e il restante terzo tagli alla spesa, e dove non c’è (grave miopia) pressoché nulla per la crescita. Abbiamo deciso di dedicare un numero monografico alla nuova manovra per dare ai lettori uno strumento prezioso per capire e proseguiremo, giorno dopo giorno, con 15 monografie perché l’entità di prelievi e tagli è così rilevante da incidere in profondità sui redditi e la vita stessa dei contribuenti. Detto questo, però, corre l’obbligo di segnalare che l’Italia, la nostra cara Italia, ha bisogno di un sussulto etico e di un’assunzione piena di responsabilità (fino alle estreme conseguenze) della sua intera classe dirigente aggredendo e sciogliendo il nodo della credibilità che è più diffuso di quanto si pensi ma tocca in primis la classe politica e, specificamente, la classe di governo e la sua capacità di azione. Nulla nuoce di più a questo Paese dei mille giochetti sulla manovra e dei segnali ormai quotidiani di imbarbarimento del confronto politico e di decoro violato delle istituzioni. Sullo sfondo di un’inchiesta giudiziaria al giorno e uno scontro evidente tra poteri dello Stato e al loro interno. L’Italia vuole che ci si occupi del lavoro e del risparmio dei suoi cittadini e si attui ogni sforzo possibile per affiancare all’imprescindibile rigore l’altrettanto imprescindibile azione diretta a sostenere la crescita. La sufficienza con cui per troppo tempo si è liquidata la questione («non la può fare il Governo per decreto») misura alla perfezione il guado nel quale il Paese è precipitato e rischia di aprire un fossato tutto italiano dentro la crisi globale gravissima di suo. Il tempo è scaduto, non è più consentito girarsi dall’altra parte mentre monta la rabbia del Paese. Servono scelte condivise di lunga durata che coniughino sacrifici, equità e stimoli concreti alla crescita. L’onore (e l’onere) di rappresentare questo Paese esigono visione, serietà e serenità. A nessuno può essere consentito di “giocare” oltre con il futuro dell’Italia.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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