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«La nuova tassa non sia peggio dell’Imu»

Il ministro Delrio è inseguito da uno strano destino in queste settimane, quello di stare sempre con un piede di qua e uno di là, posizione difficile, ma anche strategica, perché finisce per essere uno snodo essenziale per le questioni più delicate dell’azione del governo. Sulla tassazione della casa, come ministro degli Affari Regionali, è l’artefice in queste ore della mediazione tra l’Economia e i Comuni; come ministro “renziano” del governo Letta, si trova a fare da cerniera tra il presidente del Consiglio e il sindaco di Firenze su molte delle questioni politiche più delicate.

Ministro, sulla casa si discute da mesi. Si è fatta anche molta confusione. Ora si annuncia un aumento delle aliquote, gli italiani pagheranno di più?

La facoltà che diamo ai sindaci di aumentare le aliquote deve essere strettamente legata all’introduzione delle detrazioni. Quindi la discussione di queste ore non porterà a una pressione complessiva più alta, ma a una distribuzione più equa del prelievo. Il ripristino delle detrazioni è importante, perché altrimenti si rischiava che proprio i ceti più deboli si ritrovassero a pagare la nuova tassa mentre prima non pagavano.

Ma così non si torna in sostanza alla vecchia Imu? Cambiano i nomi, ma la tassa sempre quella è…

L’Imu sulla prima casa è stata abolita. Ma è evidente che la nuova tassa non può e non deve essere peggiore di quella che c’era prima. Senza le detrazioni, invece, avremmo appunto una tassa peggiore, meno equa, più svantaggiosa per i patrimoni più bassi.

C‘è comunque più di un rischio che qualcuno finisca per pagare più di prima…

Se consideriamo che la nuova tassa sostituisce due tasse, l’Imu e la Tares, sicuramente nel complesso si paga meno, perché il governo ci mette un miliardo di copertura. Se poi ci saranno situazioni particolari per cui qualcuno dovesse trovarsi a pagare di più, è importante che questo qualcuno non sarà tra coloro che sono in condizioni più disagiate. Perciò insisto sulla questione delle detrazioni.

Intanto qualcuno sicuramente pagherà, seppur poco, l’Imu sul 2013…

Su questo non c’è niente da fare. È un fenomeno limitato, come platea e come cifre da pagare, ma non possiamo evitarlo. Abbiamo fatto una verifica con il ministero dell’Economia, ma la manovra è ormai chiusa, e l’Europa non ci permetterebbe di riaprire questo capitolo.

In attesa di capire quante tasse pagheranno sulla casa, gli italiani hanno una certezza: sulla busta paga pagano un livello record di tasse. La riduzione del cuneo fiscale è partita molto, troppo, piano.

È però importante che sia partito un percorso. Quanto si è fatto non è sufficiente, ma si va nella direzione giusta.

L’impressione è che sul tema del fisco le imprese e i lavoratori italiani siano un po’ stanchi di “direzioni”, vorrebbero azioni percepibili…

Già nel 2014 le risorse destinate alla riduzione del cuneo fiscale aumenteranno significativamente. Su questo c’è l’impegno sia del presidente del Consiglio sia dell’intero Governo. Dobbiamo e vogliamo farlo. Gran parte dei risparmi e dei ricavi che realizzeremo andranno a questo obiettivo.

Proviamo a fare una cifra?

È presto per dirlo. Dipenderà da quanto si riuscirà a ricavare dalla spending review, dal recupero dell’evasione e dall’accordo con la Svizzera sui capitali espatriati. Ma la riduzione del costo del lavoro è una priorità.

Rientrerà nel patto di governo che in queste ore Letta sta mettendo a punto con gli alleati di governo e, prima di tutti, con Renzi?

Certo che ci sarà. Quel patto dovrà caratterizzarsi per una ossessione, quella dell’occupazione. Tutto va indirizzato a questo. Quindi: meno cuneo fiscale, ma anche sgravi diretti a chi assume e più credito per le imprese che creano lavoro. Attraverso il “Jobs Act”, poi, dobbiamo garantire un’occupazione più flessibile nei settori strategici: moda, cultura, manifattura, nuove imprese.

Ci sarà il superamento dell’articolo 18 attraverso il contratto a garanzie progressive?

Potrà esserci, certo. Tutto quello che aiuta a creare lavoro è utile. Ma prima ancora che la riforma delle regole, è importante convogliare tutte le risorse verso i settori che creano lavoro. E poiché sono le imprese e i giovani che si mettono in gioco a creare lavoro, bisogna cercare di aiutarli in ogni modo. Come ha sottolineato il presidente della Repubblica, e anche il Sole 24 Ore nell’editoriale del suo direttore, l’Italia ha un importante nucleo di imprese che innovano, esportano, competono con efficacia sui mercati di tutto il mondo. Dobbiamo sostenerle. In Germania il credito costa la metà rispetto all’Italia, gli adempimenti burocratici sono stati via via eliminati, il fisco è meno oneroso. Ecco le nostre priorità, sempre con l’obiettivo di creare lavoro.

Lei è tra gli esponenti politici vicini a Renzi di maggior peso, ma è anche un ministro del Governo Letta. Crede nella possibilità di una collaborazione tra i due leader o esploderà lo scontro?

La coabitazione funzionerà. Sia Letta sia Renzi hanno interesse a fare una riforma storica delle istituzioni italiane, superando l’attuale bicameralismo e dando agli italiani una buona legge elettorale. È un’occasione storica, sarebbe assurdo sprecarla. E non conviene a nessuno dei due.

È proprio sicuro che Renzi non preferisca andare a votare già quest’anno?

Ne sono convinto, perché lo conosco bene. Renzi farà quello che dice di voler fare. Si è impegnato sulle riforme e quindi non c’è motivo di dubitare che questo sia il suo primo obiettivo. Non c’è motivo di sottoporre il Paese proprio ora allo stress di una caduta del governo.

Il sospetto nasce anche dalla forte accelerazione data sulla riforma elettorale…

È doveroso approvare quanto prima una legge elettorale efficace e il più possibile condivisa. Renzi fa bene a confrontarsi con tutti, anche con Grillo e Berlusconi che hanno ancora una forte legittimazione popolare. Il Pd ha comunque la sua predilezione per un sistema a doppio turno e non vuole certo tagliare fuori gli attuali alleati di governo.

Ci sarà un rimpasto?

Sono problemi del premier e del presidente della Repubblica. Ora la priorità è un’agenda di governo che metta in primo piano il lavoro. Di eventuali rimpasti si occuperà chi è competente.

Si dice che lei passerà a un ministero più “pesante”.

Non è una domanda da fare a me. Mi sto occupando soprattutto di province e città metropolitane. È una riforma importante. La seguo con passione.

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