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La Loggia: le regioni autonome convochino i tavoli paritetici

Che il federalismo fiscale non riguardi le regioni a statuto speciale è ormai un dato assodato. Non ci sono più dubbi in proposito dopo la sentenza della Consulta (n. 201/2010) che ha circoscritto l’applicazione della legge delega ai territori autonomi (n. 42/2009) a sole tre norme (articoli 15, 22 e 27) rispettivamente in materia di città metropolitane, perequazione infrastrutturale e obiettivi di perequazione e solidarietà. Ma ciò non toglie che le regioni a statuto speciale, Sicilia in testa, debbano «darsi una mossa» e convocare entro la scadenza della delega (21 maggio 2011) i tavoli paritetici previsti dalla legge per negoziare col governo il recepimento della riforma. Parlando a Milano, Enrico La Loggia, presidente della commissione bicamerale, ha sollecitato i vertici di palazzo d’Orleans a dare rapida attuazione al federalismo. E, visto che si parlava di costi standard, non ha perso occasione per stigmatizzare la decisione della giunta Lombardo di stabilizzare 24 mila precari. «Il pubblico impiego non può essere utilizzato come strumento improprio di ammortizzazione sociale», ha detto. «La Sicilia che rappresenta il 10% della popolazione nazionale spende all’anno 341 euro pro capite per mantenere in piedi la propria macchina burocratica, là dove la Lombardia, in cui vive il 16,5% degli italiani, ne spende solo 27». Ecco perché, secondo l’ex ministro per gli affari regionali, solo presentando al governo un piano di tagli alle spese della p.a. siciliana, Raffaele Lombardo, potrà essere credibile. «Se il costo per stabilizzare i precari è 100 venga a Roma con un piano di tagli per 300 e allora sì che lo stato lo sosterrà». La Loggia ha anche rilanciato la proposta di avviare, qualora il governo nazionale dovesse uscire indenne dalle fibrillazioni di questi giorni, una nuova stagione costituente «che non dimentichi di riformare la seconda parte della Costituzione, rimediando alla farraginosa ripartizione di competenze tra stato e regioni originata dal Titolo V». La confusione sulle competenze concorrenti, che ogni anno ingolfa di ricorsi (dello stato contro le regioni e viceversa) la Corte costituzionale, crea, secondo La Loggia, un enorme costo sociale per cittadini, professionisti e imprese. «Le aziende, soprattutto quelle straniere, hanno paura di investire in Italia senza sapere chi fa cosa», ha osservato. «Con la devolution avevamo provato a ripartire in modo chiaro e tassativo le competenze, ma la riforma fu bocciata col referendum. È ora però di interrogarci su quanto ci sia costata la riforma del Titolo V».

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