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La festa d’Italia la paga chi lavora

Giornata festiva, ma non pagata ai lavoratori, per le celebrazioni del 150° dell’unità d’Italia. Scuole, uffici e fabbriche resteranno chiusi il 17 marzo, senza obbligo per i datori di lavoro di retribuire la giornata ai dipendenti. I lavoratori delle imprese private, tuttavia, manterranno costante lo stipendio, poiché riceveranno in anticipo la giornata incassata in più normalmente a novembre per la festività del 4 novembre (sullo stipendio di novembre poi riceveranno la giornata in meno). Non invece colf, badanti, portieri e dipendenti degli studi professionali i quali, invece, quel giorno potranno soltanto riposare. La novità arriva dal di 5/2011, in G.U. n. 44 di ieri, che dichiara giornata festiva l’anniversario dell’unità d’Italia. Giorno festivo. Il di stabilisce che il 17 marzo (festa nazionale) deve considerarsi anche festivo ai sensi degli art. 2 e 4 della legge 260/49. Valgono dunque due cose: «l’osservanza del completo orario festivo e il divieto di compiere determinati atti giuridici» (art. 2) e l’obbligo di imbandierare gli edifici pubblici (art. 4). Il provvedimento, invece, non richiama l’art. 5 della legge 260/49, che disciplina il trattamento economico da riservare alle festività. La conseguenza è doversi ritenere, il prossimo 17 marzo, una giornata festiva ma senza diritto alla retribuzione. Chi paga la giornata? Per equilibrare la giornata di festa non retribuita il di prevede una soluzione ad hoc: «gli effetti economici e gli istituti giuridici e contrattuali previsti per la festività soppressa del 4 novembre non si applicano a tale ricorrenza ma, in sostituzione, alla festa nazionale per il 150° anniversario dell’unità d’Italia», ossia al 17 marzo. La soluzione è prevista «al fine di evitare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e delle imprese private». In pratica (tralasciando il settore pubblico), permette ai datori di lavoro di anticipare sul cedolino di marzo la retribuzione della giornata del 4 novembre, il cui trattamento ordinario è quello di festività cadente di domenica. Così i lavoratori non “perdono” paga (almeno astrattamente) e le imprese non devono retribuire la giornata in più (questo, invece, concretamente). A conti chiusi, però, nel 2011 i lavoratori avranno retribuita una giornata in meno, le imprese un giorno di produzione in meno. Il 4 novembre è stato soppresso tra le giornate festive dalla legge 54/77, che l’ha spostata alla prima domenica di novembre. I lavoratori, in corrispondenza del giorno 4 novembre, oltre al giorno di retribuzione per lavoro ordinario trovano retribuita anche una giornata in più a titolo di festività cadente di domenica, in misura di 1/6 dell’orario settimanale di lavoro. Sarà festa per tutti? Insomma, con la compensazione (4 novembre/17 marzo) le fabbriche rimarranno chiuse, i lavoratori faranno un giorno di riposo e le imprese non dovranno sopportare il costo retributivo (circa 4-6 mld secondo Confindustria). La soluzione della compensazione, tuttavia, non è applicabile a tutte le situazioni. Il di, infatti, si rivolge esclusivamente alle «imprese private» cosa che tiene fuori tutti i «datori di lavoro» che non sono «imprenditori»: Le famiglie, per esempio, con riferimento ai domestici; o i proprietari di fabbricati per i portieri; o ancora gli studi professionali per i propri dipendenti. Tutti questi lavoratori (domestici, portieri, dipendenti di studi professionali), dunque, faranno festa il 17 marzo, ma sulla busta paga di marzo troveranno una giornata in meno di retribuzione. Se si capovolge il discorso si ha un altro risultato: per esempio, qualora il domestico dovesse lavorare il 17 marzo, egli avrà diritto alla normale retribuzione giornaliera e al pagamento delle ore lavorate con la maggiorazione del 60%. Ultimo caso quello dei portieri (non privati): il ccnl stabilisce che «gli effetti del mancato riconoscimento di festività agli effetti civili della giornata del 4 novembre, trovano compensazione in corrispondenti normative relative ai permessi e agli orari di lavoro». Per il 17 marzo, i lavoratori finiranno di una giornata di permesso retribuito se vogliono assentarsi dal lavoro mantenendo la paga. In alternativa, potranno lavorare ricavando una retribuzione maggiorata.

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