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La devolution dei beni demaniali vale 430 milioni

Ogni comune ligure si crederà una Repubblica marinara». È scettico Sergio Rossetti, assessore regionale al Patrimonio, sul montante federalismo demaniale. Sono circa 800 in Liguria, oltre 700 in Piemonte, i beni immobili “trasferibili” dallo Stato a enti locali e regioni: in termini di devolution una grande marcia, che in realtà può diventare un cammino in salita, con molti ostacoli. Il primo decreto attuativo della legge sul federalismo fiscale (n.42/2009) è proprio quello in campo demaniale (Dlgs n.85/2010), che individua e attribuisce, a titolo gratuito, parte del demanio pubblico – tra cui demanio marittimo, idrico, laghi, aeroporti locali, miniere e una gran massa di immobili – a comuni, province, città metropolitane e regioni. L’iter, fin qui, ha prodotto due distinti elenchi stilati dall’Agenzia del demanio: immobili esenti da devolution perché in uso o perché funzionali ad attività istituzionali (in Liguria sono oltre 110, in Piemonte circa 190); immobili di possibile attribuzione – su richiesta – a uno dei diversi livelli territoriali di governo, a partire dai comuni, prioritari nella scelta in base al principio di sussidiarietà. Gli enti potranno decidere come valorizzarli ed eventualmente vendere: se alieneranno (o conferiranno le proprietà a fondi immobiliari), il 75% del ricavato servirà per ridurre l’indebitamento (in assenza di debito, possibili le spese di investimento), il resto confluirà in un fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. Gli immobili non opzionati finiranno in un patrimonio vincolato, in capo al Demanio. La parola d’ordine è “valorizzare” beni che oggi, tra l’altro, non rendono, e anzi per lo più costano. In Liguria supera i 150 milioni il valore inventariale, in Piemone i 278. In lista c’è di tutto, dalla quota praticamente verticale di bosco (12 euro) al macrolotto, come le aree ex demaniali del compendio aeroportuale di Villanova di Albenga, Savona (127mila mq, oltre 17 milioni). A Torino, fra i maggiori cespiti, l’area demaniale detta “ex ergastolo femminile”, nel cuore di San Salvario, fra via Ormea e corso D’Azeglio (quasi 14 milioni), e tratti vari degli ex alvei di Stura e Dora; su quest’ultimo, è inventariata per quasi 19 milioni la porzione, in Vanchiglia, fra via Fontanesi e la confluenza col Po. «Governare il trasferimento -prevede il ligure Rossetti – sarà di difficoltà mostruosa. Con questo federalismo, tutti fanno tutto: non c’è il coraggio di una decisione. Il processo doveva essere governato dalle regioni, registe di intese coi territori. Relativamente ai beni liguri, circa 80 sono di interesse regionale. Abbiamo aperto una discussione politica con Anci e province su una possibile valorizzazione tramite fondo comune. In Liguria ha ben insegnato l’esperienza della cartolarizzazione degli ex beni sanitari, 390 cespiti ceduti in una volta, con una bella plusvalenza. Lavoriamo intanto a uno specifico strumento legislativo, ma nella Finanziaria 2011 avevamo già inserito un passaggio per agevolare le cartolarizzazioni». Difende invece le norme care alla Lega, l’assessore regionale piemontese al Patrimonio Giovanna Quaglia: «Federalismo fiscale e demaniale sono temi strettamente connessi: sono convinta che si possa lavorare per dare un’impronta sistematica, offrendo alle amministrazioni locali un ventaglio completo di opportunità. Se ci sono ritardi, credo siano dovuti al fatto che si è tentato di rallentare questo percorso, anziché lavorare seriamente a una riforma completa in senso federalista». A livello pratico, anche per il Piemonte l’opzione allo studio è quella di un fondo immobiliare chiuso – strumento già previsto dalla sua finanziaria 2006 per la gestione dei beni che saranno dismessi, ad esempio, con lo spostamento degli uffici nel grattacielo del Lingotto – che, coinvolgendo i comuni e le province dai beni più consistenti faccia massa critica nelle operazioni di valorizzazione e soprattutto di alienazione. Fortemente critica sull’avanzamento dell’iter è invece l’Anci: «Siamo in una situazione incredibile – commenta la presidente piemontese Amalia Neirotti – l’elenco dei beni, che doveva essere definito con decreto entro dicembre, ancora non è definitivo, alcuni immobili di maggior valore sono scomparsi e sembra più che altro che lo Stato voglia disfarsi di strutture che richiedono grossi investimenti per il mantenimento». La gestione dei beni trasferiti – agli enti sarà richiesto di attestare la propria capacità finanziaria nel farsi carico della valorizzazione delle strutture – è un altro punto dolente. Se per l’Anci la via è comunque la collaborazione con i privati, la vendita è tutta una scommessa: «Il mercato vive un momento difficile – afferma Luca Dondi, economista esperto del settore immobiliare di Nomisma – I comuni devono pensare a questo patrimonio come un tesoretto dal valore incerto che, quanto più si studia come valorizzarlo, tanto più può rendere dopo. Pensare di fare cassa, esigenza di certo urgente per molti, destinando queste strutture, magari di grosse dimensioni, a usi standard come residenziale o commerciale rischia di portare brutte sorprese».

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