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La class action può attendere, contro la Pa basta la diffida

La diffida mette l’amministrazione in un angolo. Il primo passaggio della class action è sufficiente per costringere gli uffici pubblici a rispettare gli obblighi. I permessi di soggiorno per gli extracomunitari arrivavano ben oltre i termini previsti dalla legge? La diffida ha velocizzato le pratiche. La Asl si era presa mesi, invece di giorni, per pronunciarsi su una richiesta di invalidità civile? La diffida è servita per estrarre il fascicolo dal dimenticatoio in cui era finito. La frana aveva interrotto la viabilità ferroviaria e stradale? Dalle Ferrovie hanno prontamente rimediato, pungolati anche dalla diffida. La class action nella pubblica amministrazione, insomma, ancora non si vede, ma qualcosa comincia a muoversi. Con risultati che lasciano ben sperare. Certo, il bilancio è ancora provvisorio e, soprattutto, riguarda un “pezzo” della riforma, ovvero quella parte che – come prevede il decreto legislativo 198/2009 – dà al cittadino la possibilità di chiedere all’ufficio pubblico di rispettare gli impegni. Se dopo novanta giorni l’amministrazione pubblica continua a far finta di nulla, si passa alla fase due, quella della class action vera e propria, con ricorso davanti al giudice amministrativo. A differenza del primo, questo secondo passaggio è però ancora nebuloso, perché mancano alcuni importanti tasselli. A partire dai decreti che devono stabilire gli standard qualitativi ed economici a cui le amministrazioni si dovranno conformare e che rappresenteranno il parametro di valutazione del loro operato. Di quei decreti ancora non c’è traccia. E la crisi politica certamente non fa confidare in un’accelerazione. Può confortare il fatto che l’azione collettiva è comunque già permessa per un ampio ventaglio di casi, quelli dove la legge ha già fissato termini da rispettare e che la direttiva firmata dal ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, all’inizio dell’anno aveva messo sotto il faro della class action. Ma anche in questo caso le prime certezze si sono un po’ incrinate. Per ora, insomma, di sicuro c’è solo la diffida. E la diffida ha finora dimostrato di poter funzionare. Come dicono alcuni casi affrontati dalle associazioni di consumatori. Per il momento si tratta di un quadro parziale, perché la legge non ha previsto un monitoraggio di questa parte della riforma. A differenza dei ricorsi ? che il decreto 198/09 prevede debbano essere notificati alla Pubblica amministrazione e al momento non ne risulta alcuno ? per le diffide non esiste un analogo obbligo. «In questo senso sarebbe opportuna – spiega Carlo Deodato, capo di gabinetto della Pubblica amministrazione – una modifica legislativa. Ci siamo comunque attivati per capire come sta funzionando la class action e il 24 novembre avremo un incontro con le associazioni dei consumatori per fare il punto sulla novità. In particolare, per capire come stanno andando le diffide, che rappresentano comunque uno strumento di pressione sulle amministrazioni. L’obiettivo della riforma, infatti, non è tanto quello di accrescere il contenzioso amministrativo, quanto di offrire al cittadino un efficace strumento di rappresentazione delle inefficienze e dei disservizi che costringa le amministrazioni a ripristinare gli standard di qualità prima che la questione venga portata all’attenzione del giudice, che ne sarà investito solo nell’ipotesi di una persistente inerzia degli uffici». Su questa linea si è mossa Cittadinanzattiva. Ha infatti presentato numerose diffide, alcune delle quali andate a buon fine. La questura di Roma, chiamata in causa per i ritardi nel rilascio dei permessi di soggiorno a cittadini extracomunitari, è corsa ai ripari. Lo stesso ha fatto il comune di Cineto Romano, che aveva temporeggiato nel concedere il rimborso per la tassa di depurazione pagata illegittimamente dai cittadini: ricevuta la diffida, ha avviato le pratiche per restituire i soldi. Sempre Cittadinanzattiva ha avuto soddisfazione dall’azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria, la quale aveva “dimenticato” la richiesta di un paziente oncologico perché gli venisse accertata l’invalidità civile. La domanda era stata spedita a maggio 2009 e a marzo di quest’anno, quando è partita la diffida, l’interessato era ancora in attesa di risposta. Ben oltre i termini, dunque, fissati dalla legge, che nel caso di pazienti affetti da tumore impone all’azienda sanitaria di effettuare l’accertamento dell’invalidità civile entro 15 giorni dalla presentazione della domanda. Ha avuto successo anche l’azione intentata da Confconsumatori, che aveva chiesto a Rfi (rete ferroviaria italiana) di ripristinare con urgenza un tratto di linea tra Benevento e Foggia, interrotto dalla frana di Montaguto nel marzo scorso. «Il blocco della viabilità ferroviaria e in parte di quella stradale ? spiega l’avvocato Antonio Pinto, presidente di Confconsumatori Puglia ? provocava gravi disagi, anche perché rendeva problematico il collegamento Lecce-Roma. Ad aprile si è, pertanto, pensato di presentare la diffida. Dal ministero delle Infrastrutture è subito arrivata la risposta, con la quale si chiariva l’iter degli interventi e la tempistica. Come promesso, a giugno è stata ripristinata la viabilità». Si può pensare che a indurre l’amministrazione a non perseverare nell’inadempienza sia lo spauracchio del ricorso, con le relative conseguenze nel caso i giudici diano ragione al cittadino. Infatti, per quanto la class action pubblica non preveda ? a differenza di quella privata ? il risarcimento del danno, resta il fatto che il dipendente responsabile del disservizio ne deve rispondere personalmente. Anche di fronte a tali prospettive, comunque, alcune amministrazioni preferiscono tirare dritto e ignorare la diffida. Lo ha fatto, per esempio, Equitalia-Gerit per il Lazio, chiamata in causa da Cittadinanzattiva per l’iscrizione di ipoteche in presenza di debiti inferiori agli 8mila euro, pratica vietata dalla legge. I novanta giorni della diffida, partita a metà marzo, sono trascorsi senza risposta e ora l’associazione di consumatori sta valutando le prossime mosse. Il passo successivo è l’azione collettiva, che è possibile intentare solo se la diffida non ha avuto esiti. Ma qui si aprono alcuni problemi, legati al fatto che la class action davanti al tribunale non è ancora totalmente operativa. C’è chi sostiene che anche in mancanza dei parametri di qualità sia possibile ricorrere al Tar. Ma solo se l’azione collettiva rientra fra quelle previste dalla direttiva Brunetta. C’è, però, anche chi sostiene che la stessa direttiva debba attendere l’arrivo dei parametri e che, pertanto, non possa considerarsi efficace. Si aspetta, dunque, il verdetto dei giudici, attivati da qualche ricorso di chi sposa la prima tesi. Fino ad allora la class action brancolerà nel buio. Diffide a parte.

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