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La Campania degli «scoraggiati»

NAPOLI – Giovane, donna, non studia e non lavora. Se la crisi occupazionale della Campania ha un volto, non si discosta molto dall’identikit appena tracciato. Nell’Italia che vede ancora una volta salire il tasso di disoccupazione giovanile (dal 28,8% del primo trimestre 2010 al 29,6%, con un picco del 46,1% per le donne del Mezzogiorno), la regione più popolosa del Mezzogiorno è quella in cui le tensioni si fanno più stridenti, e la piaga della disoccupazione – secondo il segretario regionale uscente di Cgil Michele Gravano – si mostra «sempre più grave e sempre diversa nelle forme». E così accanto al vecchio format del disoccupato più o meno organizzato, che vive di ammortizzatori sociali e corsi di formazione, si fa oggi strada la figura del Neet (acronimo inglese di “Not in education, employment or training”), ossia il giovane tra i 15 e i 34 anni che non studia, non lavora. Il rapporto sull’economia regionale appena pubblicato da Bankitalia si concentra proprio su questo profilo: i Neet in Campania sono più di 620mila, in pratica il 39,8% della popolazione di riferimento. Se rispetto al 2008 l’incremento regionale (+5,5%) risulta meno marcato di quello nazionale (+14,2%) e di quello del Mezzogiorno (+6,5%), l’incidenza di Neet sulla popolazione giovanile campana resta comunque sensibilmente superiore alla media meridionale e italiana (rispettivamente del 35,5 e del 24,5 per cento). Numeri cui fatalmente si incrociano quelli sull’occupazione fem-minile: in Campania siamo a un tasso del 25%, ampiamente al di sotto della metà dell’obiettivo di Lisbona (60 per cento). Per contro, la disoccupazione “rosa” nel 2010 raggiunge il 17,3%, record in Italia. «Sulla base di questi dati – commenta Gravano – non si sbaglia a dire che il nuovo “volto” della crisi occupazionale della nostra regione è rappresentato da una donna Neet». Il costo della crisi. Ma quanto ci costa, in termini di intervento pubblico, provare a inserire nel mercato del lavoro questo particolare profilo? A fare due conti, almeno 380 euro per ogni Neet. La regione Campania ha infatti concentrato tutte le risorse – comunitarie e non – per le politiche del lavoro in un unico grande piano triennale da quasi 580 milioni, stilato in par-tnership con l’agenzia regionale di settore e ItaliaLavoro. La gran parte di questa dote (ben 234,5 milioni) va incontro proprio al nuovo volto della crisi. «E il 50% delle risorse complessive – ci tiene a precisare l’assessore al Lavoro Severino Nappi – sono destinate alle donne». Dei cinque bandi partiti finora, ben tre hanno a che fare con i Neet e dal 21 febbraio a oggi hanno interessato 1.692 imprese e 3.430 giovani. Ma in che modo il piano punta a offrire impiego ai Neet? «Le misure messe in campo su questo fronte – risponde Nappi – sono molte». Si va da Primimpresa che mette 15 milioni a disposizione delle imprese affinché avviino al lavoro con stage biennali 4.200 giovani senza grande esperienza, a Quadrifoglio che prevede un sussidio di 450 euro ai ragazzi dei quartieri a rischio di Napoli che intraprenderanno tirocini semestrali in azienda. Se è verso che la gran parte dei Neet campani (45%) ha basso livello di scolarizzazione, il progetto InLA2 lavora sui ragazzi che si sono fermati alle scuole dell’obbligo attivando 500 tirocini semestrali da 400 euro mensili l’uno più un contributo di cinquemila euro per le aziende che stabilizzano. In linea di massima, imprese soddisfatte. «Siamo di fronte – commenta Ambrogio Prezioso, consigliere delegato al Centro studi dell’Unione industriali di Napoli – a un piano che, programmando seriamente le risorse del Fse, si concentra sulla necessità di riqualificare il capitale sociale e accompagnarlo verso nuove opportunità possibili di impiego. Ovvio – prosegue prezioso – che se non si avvieranno serie politiche industriali di crescita e sviluppo, queste opportunità rischiano di rimanere un miraggio». Qualche perplessità in più da parte sindacale. Per Lina Lucci, segretario di Cisl Campania, «è inconcepibile che di fronte a tantissimi Neet poi vi siano imprese, specialmente artigiane, che faticano a trovare determinate figure professionali». Per il lavoro femminile, nel piano campano non mancano misure ad hoc: è il caso di Concilia, progetto che indirizza cinque milioni su «azioni di assistenza domiciliare delle persone a carico e accoglimento in strutture pubbliche e private di bambini in età non scolare». Un contributo che può arrivare fino a 4.600 euro per le mamme che per riprendere a lavorare hanno bisogno di iscrivere il bimbo all’asilo nido o trovarsi una baby sitter.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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