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La bandiera del federalismo responsabile, equo e competitivo

Quanto più si aggrava la crisi del paese, tanto più la problematica meridionale assume peso e centralità nella ricerca di una possibile via d’uscita fondata su un ricco sistema di autonomie locali dentro forti politiche unitarie nazionali. Per quanto paradossale possa apparire, la bandiera del federalismo responsabile, equo e competitivo, che sembra essere diventata una patata bollente nelle mani del governo e della stessa Lega (al punto di accarezzare l’idea dello scioglimento anticipato delle Camere pur di non dichiararne il fallimento) può costituire uno dei punti di forza di una moderna cultura meridionalista. A condizione che la si smetta di sentirci figli di un Dio minore. Che si lascino alle spalle, senza doppiezze e rimpianti, posizioni protestatarie, minoritarie, di mera testimonianza. Non più tardi di qualche mese fa tanti di noi (tra gli altri la rivista Mezzogiorno Europa che domani sarà presentata alla Libreria Laterza) venivano accusati di intesa col nemico perché sostenevano che il federalismo fiscale poteva costituire un terreno positivo e stimolante di sfida anche per il Mezzogiorno. No, ci dicevano, il federalismo fiscale è un trappolone contro il Mezzogiorno, punto e basta. Già: e adesso come la mettiamo con il rigurgito violento del peggiore centralismo da parte del governo? E col drammatico braccio di ferro delle autonomie locali e delle Regioni – tutte le Regioni, del Nord, del Centro e del Sud – contro le scelte della manovra finanziaria? Allora: diamoci una mossa. Reagiamo al divorzio tra cultura e politica. Facciamoci carico, proprio come meridionali e meridionalisti, degli interessi generali del paese. Reagiamo, come grande forza unitaria e nazionale, alle spinte leghiste da un lato e sudiste dall’altro che stressano la coesione della nazione. Senza cadere nella provocazione del Ministro Tremonti (perché di una provocazione si tratta, studiata a tavolino) contro imeridionali «cialtroni» che non sanno spendere i Fondi europei. Rispondergli «noi siamo virtuosi e cialtrone sei tu» significa fare il suo gioco. Che vuole dividere il fronte della protesta e inventarsi «il nemico da battere» facendo leva, tra l’altro, su un dato di fatto che sta nelle percezione e nella coscienza di tutti, di destra e di sinistra, al Sud come al Nord: che i fondi europei nel Mezzogiorno si spendono poco e male, e non producono sviluppo economico, crescita civile, modernizzazione dei territori interessati. Ma questo comporta chiarezza e coraggio (coraggio, certo) in primo luogo da parte dei meridionali a riconoscere i propri limiti e le proprie responsabilità. «Sono persuaso – ha detto il Presidente Napolitano inaugurando la nuova sede della Fondazione Mezzogiorno Europa – che se oggi non si dà il senso di una forte capacità di autocritica e di autoriflessione nel Mezzogiorno, poi la partita per fare passare politiche corrispondenti alle esigenze del Mezzogiorno stesso diventa enormemente difficile». E a Rionero in Vurture, nella casa di Giustino Fortunato, ha aggiunto: «Il bilancio delle istituzioni regionali nel Mezzogiorno non è uniforme, comprende esperienze positive ma nell’insieme è tale da farci dubitare che le forze dirigenti meridionali abbiano retto alla prova dell’autogoverno». Al tempo stesso si tratta di capire se lo stallo e i ritardi, la patologica, improduttiva fram-mentazione dei Fondi europei (migliaia di progetti il cui importo non supera la spesa di ristrutturazione di un condominio o di un giardinetto pubblico) siano solo il frutto della insipienza (della cialtroneria) delle classi dirigenti meridionali. Del riemergere al Sud del mai sconfitto «partito della spesa pubblica» che ha creato un vero a proprio blocco sociale a sua immagine e somiglianza. Del-l’uso corruttore dei fondi pubblici per creare consenso anziché produrre sviluppo. O se non sia anche il frutto di altri fattori che Tremonti non può fingere di non conoscere: i vincoli del patto europeo e interno di stabilità che condizionano anche l’uso dei fondi strutturali, e che vanno rivisti (lo ha denunciato Nichi Vendola in una recente intervista al Riformista: «Ma nessuno se ne preoccupa»); la tendenza dei Comuni, date le permanenti carenze di bilancio, a utilizzare per interventi ordinari risorse aggiuntive destinate allo sviluppo; la progressiva, inquietante riduzione degli investimenti statali nelle regioni meridionali (vedi Ferrovie, ANAS, ecc.), e l’uso «altro» di fondi destinati a queste regioni (vedi FAS); la mancanza di politiche nazionali di settore, senza delle quali i programmi europei si bloccano o procedono alla cieca. Oppure si pensa sul serio che i fondi europei siano disponibili cash, a piè di lista, basta «saperli spendere»? No. non è così. Allora, invece di riempirsi periodicamente la bocca di «un piano per il Sud» che sembra sempre di più l’Araba fenice, perché non mettere insieme Regioni, Stato nazionale e Unione europea in una sede permanente e strutturata per il coordinamento di tutte le risorse finanziarie disponibili, e la programmazione, progettazione e gestione coordinata e unitaria di grandi infrastrutture materiali e immateriali che contribuiscano realmente alla crescita civile e produttiva del Mezzogiorno, e alla competitività del sistema paese? Non penso ovviamente ad una nuova «Cassa per il Mezzogiorno». E non mi sembra sufficiente – anche se rappresenterebbe un passo avanti – una «macroregione meridionale» chiusa in se stessa e senza conseguenti strutture operative. Né mi dice francamente granché una indefinita ed evanescente «Cabina di regia» tra più livelli istituzionali. Insomma: ragioniamo senza schemi e senza rete, sapendo che un nuovo meridionalismo, per contare e pesare, per essere realmente «utile», deve sapersi misurare da subito e in concreto con le politiche necessarie per la fuoriuscita dalla crisi del paese nella nuova sfida del federalismo e della globalizzazione. Facendo leva sulle tantissime risorse disponibili. Rinnovando le proprie classi dirigenti. Costruendo una efficiente governance. Battendosi al tempo stesso contro la più devastante «diseconomia» non solo del Mezzogiorno: l’invadenza della criminalità organizzata, della camorra e delle mafie.

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