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L’UE segue le mosse di Renzi: riduzione debito e riforma p.a.

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L’Europa dall’Italia non vuole parole ma fatti, e quindi a Matteo Renzi incaricato premier non suggerisce nomi ma presenta subito la lista delle cose da fare, possibilmente con un Ministro dell’economia vero europeista: ridurre il debito, raggiungere il pareggio di bilancio strutturale, tagliare il cuneo fiscale, riformare la p.a., l’istruzione e la giustizia, recuperare il gap di competitività che ha gettato il Paese in una recessione più profonda del resto dell’eurozona. Lo hanno ricordato proprio ieri il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijselbloem e il Commissario agli affari economici Olli Rehn.

Il nuovo governo in Italia “deve ridurre il debito molto alto e, ancora più importante, sbloccare il formidabile potenziale di crescita e di dinamismo e innovazione delle imprese”, ha detto il Commissario agli affari economici Olli Rehn rispondendo a una domanda sulle sfide del nuovo Governo. “Sappiamo che il debito italiano è molto alto e fare altro debito non migliora la competitività economica dell’Italia”, ha proseguito Rehn, precisando poi che “sta molto all’Italia stabilizzare il livello del debito e ridurlo”, e sbloccare il potenziale delle imprese è “una sfida vera per tutti i Governi italiani”.

Certo, per fare tutto questo e con i tempi che impone Bruxelles, cioè mettere in cantiere riforme entro maggio, mese in cui la Commissione passa in rassegna gli sforzi dei Paesi, Renzi ha bisogno di un Ministro dell’economia che, forte di una credibilità in Europa, apra con le istituzioni un dialogo costruttivo. Un buon mediatore. Soprattutto se l’obiettivo del nuovo Governo è mettere in discussione il rispetto passivo delle regole di bilancio, come il tetto del 3% di deficit o la regola del debito che dal prossimo anno ci mette a rischio di manovre pari a un ventesimo del pil se non avviamo una riduzione che a Bruxelles sta bene. E soprattutto se la Commissione ogni giorno ci ricorda che dalle regole non si deroga.

L’Italia può “ottenere risultati importanti” a Bruxelles nella “interpretazione del Patto di stabilità che impone il tetto del 3%” del deficit, ma “servirà presentarsi con un progetto serio”, ha affermato ieri il vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, durante un intervento a “Prima di tutto” su Radio 1 Rai. 
Il “progetto serio” per Tajani deve includere: “tagli alla spesa pubblica, riforme sostanziali per il mercato del lavoro (riduzione della stretta fiscale sul mercato del lavoro, un piano per rientrare dai debiti che la p.a. vanta nei confronti delle stesse imprese), un piano di investimenti serio, infrastrutture che permettano all’economia di ripartire: ma un piano serio, con cifre, dati, iniziative, che consenta di discutere di una interpretazione del Patto di stabilità ‘attenuata’ cioè la possibilità che alcuni investimenti possano essere esclusi dal patto di stabilità”.

Per questo ha definito “un nodo cruciale” la scelta del nuovo Ministro per l’economia: “sarà fondamentale che il nuovo ministro governi la politica economica e finanziaria dell’Italia, in un contesto europeo”. “Questo – ha specificato Tajani – per evitare che la solita burocrazia la faccia da padrone, stabilendo la linea di politica economica e finanziaria del nostro Paese. Serve dunque un profondo cambiamento, perché purtroppo oggi il peso della macchina burocratica è troppo forte, incide al punto di impedire cambiamenti di rotta, di passo”.

Il primo banco di prova in Europa del nuovo Ministro dell’economia sarà la reazione dopo le previsioni economiche d’inverno del 25 febbraio: è lì che la Commissione ci dirà se il deficit 2013 si è davvero fermato al 3% come prevedeva a novembre e quello 2014 è al 2,5%. E se l’aggiustamento strutturale è migliorato. Con numeri peggiori, che ci esporrebbero alle procedure per deficit e debito, starebbe al nuovo ministro aprire subito il dialogo con il Commissario Rehn per evitare il peggio oppure per negoziare un rientro nei vincoli più soft, come è stato concesso ad esempio a Francia e Olanda. E anche se i numeri continuassero ad essere border line come ora, ugualmente servirebbe una mediazione per cercare di ottenere dalla Ue un po’ di flessibilità sulla spesa. La Commissione non chiude ad una simile idea, ma finora ha sempre detto che vuole vedere i risultati dei tagli alla spesa prima di concedere margini.

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