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Intesa più lontana per i comparti degli statali

ROMA – Viene prima la definizione dei nuovi comparti di contrattazione previsti dalla riforma Brunetta o il rinnovo delle rappresentanze sindacali del pubblico impiego? Il nodo è aperto da qualche mese e le due riunioni convocate dopo la pausa agostana dal commissario dell’Aran, Antonio Naddeo, non sono servite a scioglierlo. Ieri Naddeo ha presentato una bozza di ipotesi di accordo, una base di partenza per cercare di arrivare a una rapida conclusione della trattativa. Dagli 11 comparti attuali si passerebbe a quattro capaci di raccogliere 2,5 milioni di dipendenti pubblici (restano esclusi gli addetti dei settori sicurezza e difesa) con la conferma di una divisione verticale delle vecchie aree. Al centro verrebbero definiti due grandi comparti con il personale delle Agenzie fiscali, dei ministeri, degli enti pubblici non economici, delle istituzioni e degli enti di ricerca e sperimentazione e delle Università da una parte, e del personale della scuola e delle istituzioni di alta formazione e specializzazione artistica e musicale dall’altra. In periferia, invece, la razionalizzazione porterebbe a un comparto unico per i dipendenti delle autonomie locali e a un comparto unico per il personale delle Regioni e del Servizio sanitario regionale. Questa mappa semplificata non convince i sindacati. Ma mentre Cgil e Uil, oltre a diverse sigle minori, si son dette disponibili ad approfondire il confronto per arrivare comunque al rinnovo delle Rsu entro fine anno, la Cisl chiede che all’interno dei quattro comparti stabiliti siano individuati settori contrattuali con le stesse prerogative dei vecchi comparti. In pratica una conferma dell’arcipelago attuale. Alla vigilia dell’incontro di ieri il segretario confederale della Cisl, Gianni Baratta, aveva chiesto una modifica del decreto legislativo 150, di attuazione della Brunetta, per addolcire una razionalizzazione giudicata troppo drastica, mentre ieri in una nota il sindacalista ha precisato che la Cisl non vuole fare ricatti ad alcuno, «quello che chiediamo è una rivisitazione del sistema delle relazioni sindacali, che partendo dall’accordo del 30 aprile 2009, consenta con uno sforzo congiunto tra pubbliche amministrazioni e sindacato il rilancio e il recupero di efficienza ed efficacia». La prospettiva di una modifica del decreto non è stata commentata dal ministro, mentre il commissario dell’Aran s’è limitato a una presa d’atto: «Non compete all’Agenzia modificare decreti ? ha detto Naddeo ? informeremo della richiesta Cisl il ministro ma in ogni caso il confronto prosegue e abbiamo già convocato un nuovo incontro tra venerdì e lunedì prossimo sulla base del testo consegnato oggi ». Vale ricordare che il dlgs 150/2009 non affronta (né potrebbe visto che la legge delega non lo prevede) il tema delle rappresentanze sindacali ma solo gli aspetti organizzativi del nuovo ordinamento del lavoro pubblico. Inoltre, anche se il blocco del contratto consente ampi margini di manovra e anche se il ministro ha 24 mesi per eventuali decreti correttivi, è difficile immaginare una disponibilità di Renato Brunetta a rivedere uno dei punti di maggior semplificazione della sua riforma, revisione che lo obbligherebbe ad affrontando un nuovo passaggio in Conferenza stato-regioni e nelle commissioni parlamentari. La Cgil, con il segretario confederale, Nicola Nicolosi, e il responsabile settori pubblici, Michele Gentile, sono entrati nel merito della proposta Aran chiedendo la costituzione di un comparto della conoscenza e un comparto regioni- enti locali. Ma hanno insistito per procedere in vista del rinnovo delle Rsu, posizione non lontana da quella della Uil che con il segretario Paolo Pirani è tornata a chiedere l’apertura di spazi negoziali nel settore pubblico. Per il rinnovo delle Rsu entro novembre «come stabilisce la legge» è anche l’Ugl.

DA UNDICI A QUATTRO

La bozza Aran
I dipendenti delle amministrazioni pubbliche attualmente suddivisi in 11 comparti, altre aree minori di contrattazione e otto aree dirigenziali verrebbero raggruppati nei seguenti comparti di contrattazione collettiva:
A) comparto del personale delle Agenzie fiscali, dei ministeri, degli enti pubblici non economici, delle istituzioni e degli enti di ricerca e sperimentazione e delle Università ( circa 300mila addetti);
B) comparto del personale delle Autonomie locali ( circa 700mila addetti);
C) comparto del personale della scuola e delle istituzioni di alta formazione e specializzazione artistica e musicale (circa 900mila addetti );
D) comparto del personale delle Regioni e del Servizio sanitario nazionale (circa 600mila addetti).
Le aree dirigenziali sono a loro volta raggruppate in quattro aree autonome di contrattazione collettiva. Restano esclusi da questa ripartizione i comparti della Sicurezza e della Difesa.

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