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Innovare in locale

Siamo proprio sicuri che in Italia non ci sia un’agenda digitale? Pochi giorni fa, a Genova, è stata presentata la prima edizione del «Rapporto sul l’innovazione nell’Italia delle Regioni» (Riir 2010), con l’obiettivo di fornire alle decisioni politiche e amministrative informazioni pertinenti e affidabili: non piegate, come spesso avviene, alle necessità del marketing politico contingente. Se guardiamo all’Italia nel suo complesso, quasi tutte le classifiche ci collocano in posizione imbarazzante, in Europa e nel mondo. Ma se utilizziamo la grana più fine delle indagini europee a livello regionale, il quadro cambia sensibilmente e abbiamo in alcuni casi regioni italiane che scalano le classifiche, almeno per alcuni indicatori. Il livello regionale appare nel nostro paese il livello territoriale nel quale, pur tra grandi diversità e difficoltà, si manifesta tuttavia la capacità di promuovere politiche dell’innovazione efficaci. Giocano a favore del livello territoriale/regionale la relativa omogeneità delle condizioni infrastrutturali, che consentono di concepire e avviare politiche effettive di contrasto del digital divide. La stessa quantità di risorse indirizzate allo sviluppo dell’innovazione appare molto più significativa a livello locale, dove possono ancora essere utilizzate risorse europee destinate all’innovazione. Ma soprattutto, a livello regionale, si rivela, in molti territori, la presenza di soggetti professionali attivi. Non solo funzionari, dirigenti ed esperti dell’amministrazione regionale e degli enti locali, ma piccole imprese innovative radicate nel territorio, competenze professionali diffuse, talvolta ricercatori e universitari disponibili a scambiare la loro precarietà con obiettivi socialmente rilevanti. Queste reti di innovazione vengono spesso formalmente riconosciute nelle “community network” che si organizzano sul territorio e che riescono a dare continuità ai processi di innovazione. Proviamo a confrontare le regioni italiane tra loro e con gli indicatori della Agenda Digitale europea. Ecco emergere, nel complesso delle rilevazioni, il tradizionale divario tra regioni del centro-nord e regioni del sud. Ma che cosa succede se mettiamo a fuoco elementi di maggior dettaglio? Se, per esempio, passiamo dal livello degli indicatori regionali alla descrizione qualitativa dei singoli progetti, scopriamo che vi sono progetti eccellenti in corso di realizzazione anche nelle regioni che consideriamo in ritardo di sviluppo. In grande sintesi il quadro che ne deriva, se guardiamo al paese dal punto di vista dei territori, è quello, tradizionale, di una grande varietà che non esclude, malgrado tutto, politiche efficaci, realizzazioni di eccellenza, investimenti lungimiranti. Malgrado tutto, cioè nonostante l’inefficacia delle politiche centrali, l’assenza di risorse nazionali destinate all’innovazione, l’impreparazione delle agenzie statali. Una fotografia dell’Italia che non sorprende. Ma il rapporto presentato a Genova non si limita a questa fotografia, attendibile, ma quasi scontata nel suo rassomigliare a molti altri fenomeni che caratterizzano il nostro paese. Una larga e documentata sezione del rapporto Riir 2010, racconta infatti l’aspetto più peculiare e interessante dell’innovazione che si sta realizzando a livello regionale. Si tratta della cooperazione, sui temi dell’innovazione, tra tutte le regioni italiane. Cooperazione vuol dire mettere in comune le competenze professionali delle diverse amministrazioni, come avviene nell’ambito del Centro interregionale per i sistemi informatici (Cisis). Cooperazione vuol dire realizzare in comune progetti interregionali di infrastruttura, come è avvenuto nel caso del progetto di Interoperabilità e cooperazione applicativa (Icar). In una pubblica amministrazione come quella italiana, nella quale è difficile far collaborare due dipartimenti di uno stesso Ministero, tutte le regioni sono riuscite a realizzare insieme un progetto di infrastruttura multi-regionale. Significa cioè che hanno deciso insieme quali erano le regole tecniche e le architetture da utilizzare, che alcune si sono divise il compito di realizzare le componenti tecnologiche, e che tutte hanno potuto riutilizzare e adattare questa infrastruttura al proprio contesto tecnologico e organizzativo. Il tutto mettendo in comune le risorse finanziarie necessarie, cioè sperimentando anche la “tecnologia amministrativa” della cooperazione. Cooperazione vuol dire collaborare con gli enti locali del proprio territorio, facendo del coordinamento regionale non la rivendicazione arrogante di una competenza istituzionale, ma un servizio utile, riconosciuto come tale dagli enti locali. Cooperazione tra le regioni vuol dire infine offrire allo stato centrale l’opportunità di riuscire finalmente a realizzare politiche nazionali senza spreco di risorse e in tempi rapidi, appoggiandosi alle soluzioni innovative già realizzate a livello regionale e sostenendo il loro trasferimento alle altre regioni. E l’attuazione di queste politiche può appoggiarsi alla rete delle società Ict pubbliche che operano nei territori regionali. Aziende che dalla reciproca collaborazione possono generare economie di specializzazione e garantire un efficace trasferimento di soluzioni su tutto il territorio nazionale. Forse l’Agenda digitale in Italia si sta realizzando non nel chiuso di qualche improvvisata task force ministeriale, ma nel faticoso coordinamento orizzontale delle esperienze territoriali: una specie di federalismo del l’innovazione, che di internet utilizza non solo la tecnologia, ma, soprattutto, il modello organizzativo.

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