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Indagini in corso su 53 enti

MILANO – Da inizio anno sono sei le nuove inchieste che si sono aperte sul binomio derivati-enti pubblici. Gli sviluppi di un’attività d’indagine ormai a tutto campo, articolata in 21 filoni che hanno al centro swap acquistati da 53 enti territoriali, arrivano dal comando generale della Guardia di finanza, l’arma a cui procure della Repubblica e ma­gistrati contabili si affidano per le inchieste sui contratti. A completare il quadro ci sono poi 13 filoni aperti sui contratti firmati da società e persone fisiche. Del caso del Campidoglio si sta occupando il nucleo speciale di polizia valutaria, che sta passando al setaccio anche i derivati della Regione Lazio. Oltre a questi, i filoni inediti com­parsi nell’ultimo monitoraggio appena elaborato delle Fiamme gialle (aggiornato al 15 giugno) si concentrano soprattutto in Umbria, dove si indaga sulla provincia di Perugia e sui comuni di Spoleto e Panicale. Nella regione, in realtà, l’impegno della Guardia di finanza è antico, perché la procura regionale della corte dei conti aveva già acceso i fari sulla finanza creativa di 10 comuni, tra cui Terni e Orvieto. In Toscana, le novità interessano invece gli swap di Montecatini Terme. L’ampliarsi del lavoro delle Fiamme gialle è destinato a moltiplicare anche il valore degli swap finiti al centro delle indagini. Il censimento parla di con­tratti per 9,54 miliardi di euro, cioè un quarto del debito locale coperto dai derivati, ma per molti dei «big» (a partire dai casi romani) il nozionale sotto inchiesta è ancora in corso di accertamento, per cui il conto finale promette di essere più alto. Il terremoto degli swap coinvolge tutti i livelli di governo, ma l’epicentro sono le regioni. Con l’arruolamento del Lazio, le regioni i cui derivati sono sotto inchiesta sono diventate 8 (ci sono anche Piemonte, Calabria, Sicilia, Liguria, Lombardia, Toscana e Puglia), accompagnate dalle province di Torino, Perugia e Brindisi, da 9 co­muni capoluogo (Napoli, Torino e Firenze sono i maggiori in­sieme a Roma) e da 33 comuni non capoluogo. Le inchieste sono tante, ma le caratteristiche delle vicende sotto esame sono ricorrenti. Le banche (spesso grandi nomi del credito internazionale) proponevano la ristrutturazione di vecchi debiti e la stipula di swap di copertura, e nel pac­chetto si inserivano derivati strutturati non par e collar. Gli amministratori locali acquistavano questi prodotti per tutelarsi dalle oscillazioni dei tassi ma, come spiega il comando generale delle Fiamme gialle, finivano per acquistare «prodotti di natura speculativa, caratterizzati da un’elevata opacità e da una maggiore difficoltà di valutazio­ne, esponendosi così al rischio di perdite ingenti». Alla base delle azioni avviate dalle procure c’è in genere l’ipotesi investigativa che queste complicate architetture finan­ziarie siano nate per generare profitti illeciti a favore delle banche. Ipotesi che trovano la prima prova sul campo al tribu­nale di Milano, dove a settembre entrerà nel vivo il processo contro Deutsche Bank, Jp Morgan, Depfa e Ubs sugli swap di Palazzo Marino.

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