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Incognita conti nelle province del Sud

La benzina con le sue accise va a compensare i trasferimenti statali e l’addizionale sull’energia elettrica, due miliardi abbondanti che tornano allo stato; l’imposta di trascrizione, che scatta quando si presenta una richiesta al Pra (per esempio per l’acquisto dell’auto), rimane tal quale, mentre l’imposta sull’Rc auto, che per ora resta al 12,5%, dal 2014 potrà arrivare al 15. I trasferimenti regionali tramontano, almeno quelli che finanziano la spesa corrente, e vengono sostituiti da una compartecipazione ai frutti del bollo auto. Nel federalismo provinciale disegnato dal decreto che il consiglio dei ministri ha approvato 15 giorni fa c’è un via vai di somme che entrano ed escono dai bilanci delle amministrazioni; quasi tutte, però, sono partite di giro fra territori e stato, le iniezioni di autonomia reale non sono molte e un problema di equilibrio fra i territori rischia di rendere ultra-sensibile l’unica nuova leva fiscale data ai presidenti: l’aumento fino al 2,5% del balzello sull’Rc auto. Il problema riguarda uno dei pilastri più robusti per i bilanci provinciali, i trasferimenti dalle regioni che assicurano ogni anno 4,4 miliardi alle amministrazioni territoriali e coprono quasi la metà delle entrate di questi enti. Il decreto che attua il federalismo regionale e provinciale prevede direttamente la soppressione dei trasferimenti di parte corrente, ma in modo coerente ipotizza anche il tramonto di quelli in conto capitale. A sostituirli è chiamata una «compartecipazione» al gettito del bollo auto, destinata a crescere insieme all’ammontare degli assegni regionali cancellati. Il nodo è tutto qui. La geografia dei contributi regionali segue la storia amministrativa del territorio, ed è quindi legata anche alle funzioni che nel tempo i governatori hanno accettato di assegnare alle province. Il bollo è regolato da una logica del tutto diversa, quella del mercato, per cui i proventi fiscali si addensano nei territori più “trafficati” e si diradano altrove. La prova del nove arriva dal semplice incrocio di dati proposto dal grafico qui a fianco, che per le province di ogni regione a statuto ordinario (per i territori a statuto speciale le regole sono ancora da precisare) confronta i trasferimenti di parte corrente e quelli totali con il gettito territoriale del bollo auto destinato a sostituirli in parte o del tutto. In Basilicata, Calabria e Liguria la tassa pagata dagli automobilisti della regione non basta nemmeno per coprire l’addio ai trasferimenti correnti; in Piemonte, Toscana, Marche e Umbria è appena sufficiente per compensare la prima voce ma, come accade anche in Emilia Romagna, Campania e Puglia, la coperta è troppo corta per compensare un addio integrale ai trasferimenti regionali. Senza problemi solo Lombardia, Veneto, Lazio, Abruzzo e Molise. In sintesi: a Milano e Roma circolano abbastanza auto da finanziare le province, in Veneto, Abruzzo e Molise l’equilibrio si spiega con il fatto che i trasferimenti regionali sono circa la metà della media nazionale, nel resto d’Italia il problema è concreto. Per superare l’impasse il decreto prevede anche per le province un «fondo sperimentale di riequilibrio», che secondo modalità ancora tutte da disegnare dovrebbe spostare risorse dalle zone più ricche a quelle più povere. Il fondo, però, può attenuare ma non azzerare queste differenze, per due ragioni: nelle “tavole della legge” del federalismo c’è scritto che la perequazione riduce senza cancellare le distanze fra i territori, e un semplice problema matematico impedisce di fare altrimenti, perché per coprire tutto bisognerebbe trasferire alle province il 91,2% del bollo auto, trasformando in pratica la compartecipazione in un trasferimento secco. In questo quadro, potrebbe aumentare la tentazione dei presidenti di utilizzare l’unica leva fiscale aggiunta dal federalismo, quell’aliquota sul l’Rc auto che oggi è al 12,5% e dal 2014 può oscillare dal 10 al 15 per cento. Se gli automobilisti lombardi e veneti possono guardare con ottimismo a questa data, lo stesso non capita agli altri, soprattutto al Sud, come mostra il grafico richiamato sopra. L’esperienza, del resto, insegna che un timore di questo tipo non è infondato: oggi le province possono alzare, fino a un massimo del 30%, l’Ipt, e i tentennamenti sono stati pochi: 50 su 111 hanno già portato la richiesta al massimo, altre 50 si sono attestate fra il 20 e il 29% e solo sei, tutte al Nord, hanno evitato rincari. Resta da capire come si possa conciliare la possibilità di ritoccare l’aliquota con la “clausola di invarianza” aggiunta in extremis al decreto, che impedisce di inasprire la pressione fiscale: ma questo è un rebus su cui si intratterranno anche sindaci e governatori.

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