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Inchiesta sui derivati a Roma

ROMA – I contratti su derivati stipulati dal Comune di Roma tra il 2003 e il 2007 sono al vaglio della Procura della capitale che indaga, per ora contro ignoti, per l’ipotesi di reato di truffa aggravata. L’inchiesta, come apprende il Sole 24 Ore, è partita un anno fa e si sta concentrando sui contratti stipulati dal Campidoglio con sette istituti di credito: Ubs, Deutsche Bank, JP Morgan, Morgan Stanley, Dexia, Banca Opi e Barclays. Nei mesi scorsi le indagini, affidate al procuratore aggiunto Paolo Ielo, hanno subito un’acce­lerazione. In Procura sono stati sentiti come testimoni non solo i funzionari del Comune (all’epoca amministrato da Walter Veltroni) e i manager delle banche che si occuparono della stipula dei contratti, ma anche alcuni componenti della giunta guidata da Gianni Alemanno, per capire le motivazioni dello smantellamento della struttura incaricata di occuparsi dei derivati creata dalla precedente amministrazione. Nel frattempo gli uomini della Guardia di Finanza hanno acquisito tutta la documentazione in possesso del Comune. Adesso tutto il materiale è al vaglio degli inquirenti. Il sospetto, rivelano fonti vicine all’inchiesta, è che si siano verificate irregolarità e che le banche possano avere lucrato ingenti commissioni occulte, in analogia con quanto si ipotizza nell’inchiesta sui derivati del Comune di Milano. Tra il 2003 e il 2007 il Campidoglio ha stipulato contratti su derivati per un valore di svariati miliardi di euro. Nel 2003 il Comune lancia un primo prestito obbligazionario da 1,4 miliardi, al tasso fisso con cedola annua pari al 5,375%, articolandolo in tre tranche successive, una da 600 milioni e due da 400. A fronte dell’emissione di tipo bullet, il Comune stipula operazioni in derivati per ricreare un piano di am­mortamento del nozionale. A tal fine il Campidoglio si avvale di due strumenti: un amortising swap, e un sinking fund, vale a dire un fondo di ammortamento del debito. Attraverso l’amortising swap il Comune riceve an­nualmente un flusso prefissato necessario al pagamento della cedola in cambio di una quota di ammortamento del debito e di una quota di interesse passivo. Le quote di capitale versato sono depositate su un sinking fund di proprietà della banca sul quale il Comune vanta un pegno di diritto reale, che immunizza il rischio legato alla controparte bancaria, ma lascia esposti al rischio di credito degli investimenti del fondo scelti dalla Banca. La struttura di amortising viene creata con tre operazioni su derivati: il 12 dicembre 2003 viene stipulato uno swap con Ubs per un nozionale di 600 milioni; il 7 dicembre 2004 viene negoziato con Jp Morgan uno swap “fisso contro fisso step up” per un nozionale di 200 milioni e il 17 dicembre un analogo contratto con controparte Deutsche Bank (poi sostituita, per inadempienza, con Jp Morgan); uno swap “fisso contro variabile” da 400 milioni con Ubs il 23 novembre 2005. Il 28 dicembre 2007 l’emissione obbligazionaria viene modificata, prolungando la scadenza di oltre 15 anni, fino al 27 gennaio 2048, il tasso annuo è ridotto al 5,345%. Per questo motivo il 22 febbraio 2008 le operazioni in derivati vengono rinegoziate. Il comune stipula quattro swap “fisso contro fisso step up”: uno da 200 milioni con Dexia e tre da 400 milioni l’uno con Barclays, JP Morgan e Ubs. Al vaglio della Procura ci sono anche i contratti relativi a i mutui. Al 31 dicembre 2008 risultava inoltre in capo al Comune un portafoglio di swap su mutui per un nozionale complessivo di 1,5 miliardi stipulati con Morgan Stanley (tre contratti), Banca OPI, Dexia-Crediop e Ubs. Nell’ultima relazione, risalente al 12 maggio scorso, la Sezione di controllo per il Lazio della Corte dei conti ha rilevato che «il valore di mercato (mark to market) delle operazioni stipulate dal Comune di Roma inserite nel piano di rientro ammontava complessivamente, come già indicato, a un valore negativo per 147 milioni; lo stesso valore aggiornato al mese di settembre 2009 ammonterebbe a -73,8 milioni». La Corte rileva poi che «per il Comune di Roma, si nota una forte concentrazione su un singolo intermediario: la distribuzione del capitale residuo dei derivati vede un 45,5% del totale in capo a Ubs, mentre gli altri intermediari (Dexia Crediop JP Morgan, Barclays) rappresentano ciascuno quote oscillanti tra il 12-13% (Morgan Stanley 3%)». L’indagine del procuratore aggiunto Ielo è partita la scorsa estate. Due i filoni d’inchiesta inizialmente affrontati dal pm: uno relativo a Poste italiane e uno riguardante contratti su derivati stipulati dalla Regione, all’epoca guidata da Francesco Storace. Per quanto riguarda il primo filone, 540 contratti su derivati ad alto rischio conclusi tra il 1999 e il 2003 dall’area finanza di Poste «per finalità speculative estranee all’oggetto sociale», secondo la Corte dei conti, che aveva stimato un danno erariale di 77 milioni, si è concluso con l’archiviazione. Il secondo filone, sul quale sono ancora in corso accertamenti, riguarda i contratti siglati dalla Pisana con Lehman Brothers tra il 2003 e il 2004. Anche in tal caso i pm procedono per il reato di truffa. Per il momento non risultano indagati. Ai due filoni si è aggiunto, alla fine dello scorso anno, quello sul Campidoglio. Che promette di riservare molte sorprese già dal prossimo autunno.

DOMANDE & RISPOSTE Che cosa è il mark to market di un derivato e perchè quando il suo valore è negativo emerge una perdita potenziale? La forma contrattuale standard più diffusa dei derivati degli enti locali è l’interest rate swap, lo scambio tra due parti di flussi periodici di tassi per un arco temporale prestabilito. Per esempio, un derivato con tasso fisso contro variabile o viceversa, stipulato su un debito (mutuo bancario o bond) che a sua volta ha un tasso fisso o variabile. Nel corso della vita del derivato, in un dato momento si può calcolare il valore “attualizzato” (ai tassi vigenti) dei flussi futuri scambiati, con il risultato che per una parte il mark to market risulterebbe positivo (incasso di una somma) mentre per l’altra parte sarebbe negativo (pagamento di una somma nel caso di chiusura del contratto anticipata). Questo ammontare versato viene chiamato “perdita potenziale” ma altro non è che un pagamento virtuale, che si concretizza solo con la chiusura anticipata a quella data. Non è detto poi che sia una vera e propria perdita: può corrispondere al solo prezzo della protezione realizzata con il derivato contro l’andamento futuro dei tassi. Il “costo” finale di un derivato andrebbe calcolato a posteriori, tenuto conto dell’andamento dei tassi e soprattutto delle caratteristiche del debito sottostante. Anche un debito a tasso fisso in uno scenario di tassi in calo incorpora un mark-to-market negativo, come un mutuo a tasso variabile in un contesto di tassi in ascesa. Cosa sono le commissioni occulte sui derivate applicate agli enti dalle banche che sfruttano l’asimmetria informativa? Più che occulte, si tratta di commissioni implicite contenute nel tasso corrisposto dall’ente alla banca. Il tasso swap pagato dall’ente solita mente è superiore a quello quotato negli interest rate swap all’ingrosso tra controparti bancarie. Nel derivato con controparte non bancaria, senza garanzie collaterali, la banca si espone a un rischio di credito, la probabilità che la controparte possa fallire nel corso della vita del contratto. La banca applica uno spread sul rischio di credito dell’ente. L’ente può richiedere trasparenza contrattuale definendo ex-ante le commissioni. Altra cosa sono gli upfront, spesso prestiti occulti incassati dagli enti e poi restituiti tramite i flussi dei derivati.

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