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In provincia 500 posti in meno

La girandola dell’associazionismo fra i sindaci avviata dalle misure sui piccoli comuni contenute nella manovra bis ha trovato immediatamente una spinta aggiuntiva nel disegno di legge costituzionale varato giovedì dal consiglio dei ministri per arrivare all’abolizione delle province. Il tramonto degli «enti di area vasta», secondo le previsioni del provvedimento che ora dovrà andare all’esame del parlamento, dovrà lasciare spazio a «forme associative fra i comuni per l’esercizio delle funzioni di governo» oggi svolte dalle province. Difficile per il momento indovinare la traduzione concreta di questa previsione, che dovrà essere individuata dalla legge regionale in accordo con il consiglio delle autonomie locali. Per il momento, è possibile solo fare i conti sui posti della politica locale che la cancellazione delle province dalla Costituzione dovrebbe trascinare via con sé. Rispetto alla normativa attuale, figlia della prima riduzione della politica provinciale imposta alla politica provinciale dal «decreto-Calderoli» del 2010, il Piemonte vedrebbe sparire 243 seggiole da consigliere, assessore e presidente, mentre la Liguria sarebbe “alleggerita” di 112 posti. Il bottino effettivo della cancellazione delle province, però, è più ampio, perché la riduzione del 20% introdotta per giunte e consigli nel 2010 ha riguardato solo gli enti andati al voto quando la norma era già in «Gazzetta Ufficiale» (con tanto di proroga, ma non sottilizziamo), per cui la cancellazione degli enti dovrebbe arrivare a colpire quasi 500 posti politici. Sui risparmi effettivi, però, il risultato è più aperto, anche perché occorrerà capire come la regione e il consiglio delle autonomie locali decideranno di ristrutturare lo spazio lasciato aperto dall’addio alle province. La legge regionale dovrà infatti disciplinare le nuove «associazioni dei comuni» da tutti i punti di vista, compresi organi politici, funzioni e legislazione elettorale, e anche per questa ragione lo stesso disegno di legge costituzionale non si avventura in facili trionfalismi: chiede solo che dalla riscrittura delle regole dell’amministrazione territoriale derivi «una diminuzione dei costi» degli apparati politici e amministrativi, senza dare quantificazioni oppure obiettivi minimi di risparmio. Il tramonto delle province, comunque, non sarà immediato e nemmeno automatico, perché la cancellazione di un organismo politico impone sempre di aspettare la fine dei mandati attuali e i tempi di approvazione di un disegno di legge costituzionale, che richiede il duplice passaggio alla camera e al senato e il referendum confermativo se non si raggiunge la maggioranza dei due terzi, non sono certo brevissimi. In questo caso, poi, occorre inserire un elemento di cautela in più, perché la legge diventa efficace trascorso un anno dalla sua entrata in vigore. Risultato: la provincia di Genova e quella della Spezia potrebbero essere due delle ultime in Italia a scomparire, tramontando solo nel 2017. Nelle due città, infatti, le prossime elezioni provinciali sono in programma per il 2012 quando la legge di abolizione delle province, ammesso che sia già stata approvata, non varrà ancora per impedire il passo al nuovo mandato. Mentre il resto d’Italia le avrà già abbandonate, di conseguenza, Genova e La Spezia dovrebbero continuare per anni a essere rappresentata dalla provincia “vecchio modello”. Tra le prime a scomparire, invece, dovrebbe esserci quella di Asti, dove le ultime elezioni si sono tenute nel 2008: per lei, la data di scadenza è fissata alla primavera del 2013, a meno che anche questo progetto di abolizione delle province naufraghi prima di vedere la luce.

Fonte: Il Sole 24 Ore Nord-Ovest

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