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In Italia il debito locale resta leggero

ROMA – Il freno tirato sul debito degli enti locali e territoriali, che con i suoi 113 miliardi lo scorso aprile rappresentava un magro 6,2% sui 1.813 miliardi del debito pubblico totale rilevato dalla Banca d’Italia, contribuisce sia pur indirettamente alla solidità e all’affidabilità del rischio-Italia. La gestione centralizzata del debito pubblico viene considerata dagli investitori che detengono titoli di Stato italiani un vantaggio, e non un handicap, soprattutto in un periodo come questo in cui il risanamento dei conti pubblici dei paesi dell’eurozona periferica è mirato al contenimento del debito/Pil. Può rivelarsi più difficile, infatti, abbattere il debito pubblico imponendo rigore e disciplina sulla raccolta di fondi degli enti locali e territoriali. Il federalismo fiscale, oltre ad aumentare le competenze e la flessibilità di riscossione tributaria delle amministrazioni locali e territoriali, allarga i cordoni sul debito pubblico: è questo il caso di Spagna e Germania, gli Stati più federali dell’eurozona, dove la quota del debito locale sul totale è stimata rispettivamente al 22% e al 40 per cento. Standard & Poor’s prevede per quest’anno un forte aumento dei prestiti obbligazionari e dei mutui bancari erogati a favore degli enti locali spagnoli (44 miliardi contro i 29 del 2009) e tedeschi (122 miliardi contro i 103 del 2009): per finanziare i piani di stimolo all’economia- come gli investimenti nelle infrastrutture- e per controbilanciare il calo delle entrate tributarie. In Italia invece negli ultimi anni si è preferito andare nella direzione opposta, tirando il freno sul debito locale dopo il raddoppio della quota sul totale dal 3,2% del 2000 al 7,1% del 2007. Una tendenza questa apprezzata dagli investitori in titoli di Stato italiani i quali, secondo Daniele Antonucci economista di Morgan Stanley «sono preoccupati non soltanto per l’andamento del debito pubblico del governo centrale ma anche degli oneri sul debito delle amministrazioni locali». In Italia prima è arrivata la stretta sul Patto di stabilità interno, poi l’introduzione di vincoli e paletti sempre più stringenti per contenere il ricorso ai prestiti obbligazionari da parte di regioni, comuni e province. Le emissioni di Boc, Bop e Bor, che negli anni d’oro della finanza locale entrarono persino in diretta competizione con le aste dei BTp, sono ora pressoché azzerate. Dexia Crediop ha stimato che è diminuito il peso del debito degli enti territoriali per i contribuenti: il rimborso del capitale e gli interessi per il debito di regioni, province e comuni costa al cittadino in media 206 euro all’anno nel 2009 contro 236 nel 2004. Come per l’Italia, anche Grecia, Irlanda e Portogallo non sono gravati dal problema di dover controllare l’andamento del debito locale per abbattere il debito pubblico complessivo. La Spagna, invece, sta facendo marcia indietro sul federalismo tanto che dal 2011 i comuni e province non potranno più indebitarsi (le regioni sì). «Il debito pubblico va visto nel suo insieme, anche quando il debito locale è elevato come nel caso della Germania, il debito complessivo è comunque basso: questo perché il federalismo non consente un’autonomia assoluta alle amministrazioni locali e il debito locale viene tenuto sotto controllo – spiega Myriam Fernandez de Heredia, responsabile rating enti locali e regionali in Europa per S&P’s – . Va anche detto che i limiti imposti agli enti locali sul debito possono non essere rispettati, proprio come accade in Unione europea: è più difficile gestire il debito pubblico quando la componente locale è elevata».

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