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In «debito» con lo Stato 380 sindaci

Prendono forma ufficiale i dati sul fondo di solidarietà comunale 2013 per ogni amministrazione, che in pratica sostituisce i vecchi trasferimenti erariali e ha rappresentato l’incognita chiave nella definizione dei bilanci locali di quest’anno.

Ma nella roulette dei numeri allegati al decreto (Dpcm; esaminato nell’ultima Conferenza Stato-città) che distribuisce i fondi spuntano parecchie sorprese per i sindaci, e ancor di più per i ragionieri: la quota dell’Imu che va ad alimentare il Fondo, e quindi sarà trattenuta dall’agenzia delle Entrate per essere redistribuita fra gli enti, è il 30,76% del gettito standard di competenza di ogni Comune (esclusi quindi i fabbricati di categoria D, la cui aliquota base è riservata allo Stato), ma soprattutto 380 Comuni hanno già ricevuto “troppo” con i primi due acconti, erogati il 14 febbraio e il 4 settembre, per cui dovranno mettere mano alla cassa per restituire allo Stato circa 215 milioni di euro. Nel gruppone dei Comuni che devono rendere soldi allo Stato c’è Roma, che sta cercando con fatica di quadrare i propri conti e ora si trova un “debito” nuovo da 58,9 milioni di euro alimentato dal fatto che la sua quota Imu standard è già maggiore rispetto al fondo da assegnare, e Milano, che deve rimborsare 6,2 milioni. Ma sono molti i casi in cui i valori assoluti sono inferiori, ma nascondono problemi più pesanti. Per esempio Moneglia, meno di 2.900 abitanti sulla riviera di Levante, a est di Genova, non ha mai ricevuto un euro di acconto e ora deve restituire allo Stato 1,36 milioni, in pratica un quarto del suo bilancio; a Limone Piemonte, in provincia di Cuneo, dove gli abitanti sono poco più di 1.500, i milioni da restituire sono 1,32, mentre Colico (7.500 abitanti in provincia di Lecco) ha ricevuto a settembre 11mila euro, e ora ne deve restituire 128mila, quasi 12 volte tanto.

Il problema è che queste cifre giungono in larga parte ignote all’ampia maggioranza delle amministrazioni locali, che si sono perse nel valzer delle regole di finanza locale e ora devono ritrovare la quadratura dei conti (e la liquidità per la cassa) a un mese dalla chiusura dei termini per i bilanci preventivi, e a due dalla fine dell’anno. Il calendario da qui a fine anno è infatti incalzante: il 30 novembre sarà erogato a ogni ente il saldo del fondo, il 16 dicembre sarà trattenuto il 30,76% dell’Imu standard, con un meccanismo che si scaricherà tutto sulla seconda rata e che quindi arriverà a girare allo Stato fino al 60-70% del gettito, e i rimborsi delle quote eccedenti andranno effettuati dai Comuni entro il 31 dicembre. Chi non ce la farà, si vedrà trattenere le quote mancanti dai versamenti del prossimo anno.

Come si è arrivati fin qui? Difficile fare ordine in un labirinto normativo che si è arricchito di incroci a ogni passaggio, ma in sintesi tutto dipende dal fatto che mentre i calcoli definitivi rimanevano nell’ombra, complicati da stime di gettito contrastanti e dalla mancata chiarezza sui tagli da imporre a ogni Comune per la spending review 2012, stipendi e servizi dei Comuni continuavano a esistere, e ad aver bisogno di fondi. Per questa ragione gli acconti del fondo sono stati erogati (il ritardo nella seconda aveva portato i sindaci a lanciare l’allarme sul rischio di mancato pagamento degli stipendi), e i conti ufficiali si trovano a dover agire a fine anno sul passato.

In generale, la nuova distribuzione dell’Imu (tutta ai Comuni, tranne quella prodotta da capannoni e alberghi, che ad aliquota standard va allo Stato) sommata al fondo di solidarietà comunale dovrebbe assicurare a ogni Comune le stesse risorse garantite nel 2012 dall’Imu stimata ad aliquota standard e dal fondo (si chiamava «sperimentale di riequilibrio») dell’anno scorso. Su ogni ente, però, si è abbattuta la sforbiciata da 2,25 miliardi imposta dalla spending review, distribuita in base ai «consumi intermedi» garantendo però che la differenza tra il vecchio criterio (spese 2011) e il nuovo (spese medie 2010-2012, come previsto dal Dl 35/2013) non superasse il 6 per cento. Proprio quest’ultimo scoglio ha impegnato per parecchio tempo i tecnici del Governo, e ha permesso solo ora ai numeri definitivi di vedere la luce ed essere trasformati in un decreto ufficiale. Ora tocca ai Comuni trovare i mezzi per rientrare nei nuovi binari tracciati dal provvedimento: e per le scelte sulle aliquote dei tributi e sulle tariffe dei servizi c’è tempo fino al 30 novembre.Senza contare, poi, che anche questo impianto rischia di essere provvisorio, perché i dati reali dell’Imu sui capannoni potrebbero scostarsi da quelli stimati, imponendo di ricalcolare tutto (lo prevede l’articolo 24 del Ddl stabilità).

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