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Il sindaco in fuga dalla Santuzza

PALERMO – E per fortuna che sulla statua di vetro ci hanno ripensato all’ultimo minuto. «Troppo fragile per il clima non sereno che c’è in città», ha spiegato eufemisticamente il Comune senza curarsi troppo di contraddire il direttore artistico Philippe Daverio, il quale si arrampicava su altrettanto delicati specchi per giustificare la rimozione con ragioni di stile: «Non è in tono con il carro». Già, perché ai primi rulli di tamburi del Festino di Santa Rosalia, ieri sera, si è capito subito che l’edizione numero 386 delle celebrazioni in onore della patrona di Palermo avrebbe riservato qualche sorpresa. Carro assediato dai senzatetto, striscioni e cori di protesta, ragazze dell’associazione «Muovi Palermo» vestite con sacchi neri della spazzatura a fare da controcanto alle tante Santuzze incoronate di rose. E il Cassaro, lo stradone arabo lungo il quale sfila la processione, tappezzato da una lettera della Vergine che invita i palermitani a liberarsi dai suoi amministratori. Inevitabile epilogo di una festa tirata per i capelli, pagata in extremis con 500 mila euro del fondo di riserva del sindaco – quello che serve a fronteggiare terremoti e calamità – il carro riciclato da un’edizione passata, il roseto di cristalli Swarovski realizzato con fondi di magazzino di tre anni fa, i costumi imbastiti in una settimana, le maestranze al lavoro giorno e notte. E la gente per strada a chiedere alla santa nuovi miracoli, dopo la liberazione dalla peste del Seicento: un lavoro, una casa, meno rifiuti davanti al portone. Il Festino dell’austerità – nelle passate edizioni si era speso anche il quadruplo – o «del recupero della tradizione, dell’autentico spirito popolare», per dirla con Daverio in un’apoteosi di diplomazia. Ma si sarà sentito fragile come la statua in vetro soffiato di Murano anche il sindaco Diego Cammarata. Assente, sparito, lontano, nonostante la tradizione riservi al primo cittadino l’onore (pena la sfortuna annuale sulla città) di gridare «Viva Palermo e viva Santa Rosalia» nel momento clou della celebrazione, quando la processione passa al centro della piazza barocca dei Quattro Canti, tra ali di folla scalpitante e sudata. «La festa è del popolo, senza interferenze», ha spiegato lui senza crederci, mentre metteva in atto piani di fuga strategica da contestazioni e picchetti. Sparito alla prima conferenza stampa che ha visto l’irruzione dei senza casa attendati da settimane davanti al municipio, scampato per un pelo in arcivescovado agli sfottò di un giornale satirico che lo invitava – per risparmiare – a sostituire il carro con la sua barca (quella del caso skipper, il dipendente del Comune trovato l’anno scorso a lucidare timone e oblò in orario di lavoro). E, ancora, fuggito da una porta secondaria dopo la messa solenne in Cattedrale, infine protagonista dell’assenza più clamorosa: quella dalla finestra del Palazzo di città per l’omaggio tradizionale dei vigili del fuoco alla patrona. Ad affiancare l’arcivescovo Paolo Romeo, che poche settimane fa ha tuonato contro «una classe politica che dimostra di essere irresponsabile», puntando il dito contro «il Comune che non fa fronte ai suoi doveri, non approva un bilancio, non ha soldi per rispondere ai bisogni essenziali della gente», contro «le strade a pezzi, mezza città al buio perché non funziona l’illuminazione pubblica e una precaria assistenza ai malati», c’è andato il vice di Cammarata, Francesco Scoma. Non era mai successo. In fuga dalla fascia tricolore e dalla festa, il sindaco ha ricevuto un regalo amaro: una lettera di insulti e accuse recapitata alla segreteria politica di Alberto Campagna, presidente del Consiglio comunale. Indirizzata, a dire la verità, anche a un drappello di assessori ed eletti. Così c’è poco da stupirsi se il franco-italiano Daverio, di passate esperienze leghiste, quaggiù si senta precipitato in una gabbia di matti. Tanto da arrivare alle parole grosse con un manipolo di precari («Se volete protestare, distruggete il carro, ma tanto non avete le palle»), polemizzare con un gruppo di artisti furiosi contro le scelte culturali del Comune, contestare «una parte di città, rappresentata soprattutto da certi politici, fatta di parassiti», annunciare il suo addio: «Il prossimo Festino? Non ci sarò». E poco conta che, girato l’angolo, abbia aggiustato il tiro («La maggior parte dei palermitani è simpaticissima») prima di rivolgersi anche lui al Cielo: «Solo la Santuzza vi può salvare». Se lo dice lui…

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