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Il referendum che fa acqua

Un milione e 400mila persone hanno messo firma e faccia dietro tre quesiti referendari che mirano ad annullare gli effetti del cosiddetto decreto Ronchi, con cui l’attuale governo ha provato a introdurre elementi di concorrenza nei servizi pubblici locali. Sono firme che spiegano almeno in parte le straordinarie difficoltà che aveva incontrato il ddl Lanzilotta nella passata legislatura. Anche allora, proprio sull’acqua il centro-sinistra andò ad arenarsi. Per l’acqua “bene comune”, si è sviluppato un consenso vastissimo e spontaneo: una partecipazione così impressionante non si spiega solamente con l’efficienza della macchina organizzativa di chi, essendo fuori dal Parlamento, deve inventarsi campagne per restare vivo. Il lessico politico degli anti-liberalizzatori è accattivante. Chi difende il decreto Ronchi lo fa sulla base di ragioni di efficienza. Loro parlano di un diritto umano fondamentale. È facile fare le barricate «per il bene comune». Ma ogni tanto, il bene comune può essere il peggior nemico del buon senso. Chi infatti abbia un po’ di buon senso non può difendere uno status quo che ci vede, sulla media nazionale, prelevare 165 litri d’acqua per erogarne 100. I dati Istat sulla dispersione idrica fotografano da anni una situazione preoccupante, soprattutto in alcune regioni del Sud, dove per distribuire 100 litri di acqua debbono esserne addirittura captati altri 100. Perché l’acqua sia un«diritto fondamentale», ovvero perché l’accesso alle risorse idriche sia effettivamente a disposizione di tutti, è davvero indispensabile che essa venga sprecata così? Il ciclo dell’acqua è un ciclo chiuso: quanti si aggiudicheranno il servizio tramite gara si impegneranno a raccogliere l’acqua, renderla potabile, portarla ai rubinetti e smaltirla dopo averla depurata. La logica della gara rispetto all’affidamento in house introduce logiche di trasparenza e di accountability che dovrebbero consentire un miglior controllo sugli affidatari. Ai privati starebbe fare profitto sulla riduzione dello spreco, ponendo in essere nuovi investimenti, rendendo più solide le reti, assicurando una gestione più imprenditoriale e oculata: tutto questo, “gestendo” pro tempore una risorsa pubblica. Il decreto Ronchi, coerentemente con i principi comunitari, generalizza l’obbligo di utilizzare procedure competitive a evidenza pubblica per l’esternalizzazione dei servizi idrici o per la selezione di un partner privato in una società mista, andando a limitare la possibilità del ricorso alla gestione in house. Il fatto che un servizio sia assegnabile tramite gara non significa affatto che esso venga privatizzato. Nell’Indice Liberalizzazione 2010, Rosamaria Bitetti nota come, per «contratti così lunghi, complessi e di conseguenza incompleti », è improbabile si avrà una valutazione basata solamente su parametri economici. La gara di assegnazione somiglierà a un “beauty contest” ed è piuttosto scontato che l’incumbent partirà avvantaggiato, in virtù dei solidi legami con le amministrazioni locali. È vero che il decreto Ronchi parallelamente mira a una progressiva riduzione del peso degli enti locali nelle società a partecipazione pubblica già quotate in borsa, ma la quota pubblica massima, anche nel 2016, potrebbe assestarsi comunque al 30% del capitale e le amministrazioni locali sono obbligate a vendere un pezzo delle partecipate solo nel caso in cui vogliano mantenere l’affidamento diretto. Di “privatizzazione”, insomma, davvero non si può parlare: tanto rumore per nulla. È del tutto evidente che una campagna di sensibilizzazione contro la messa a gara dei servizi pubblici locali avrebbe suscitato meno clamore. Ma, proprio per la forza delle parole d’ordine utilizzate per raccogliere le firme per il referendum, è chiaro che il decreto Ronchi è solo un pretesto: lo scopo è riaffermare la forza di culture politiche desuete ed elettoralmente sconfitte, a sinistra come a destra. Contro di esse, dovrebbe mobilitarsi quel pezzo del paese che cerca a fatica di costruire un dibattito pubblico più razionale. Ma da una parte perché il decreto Ronchi è “di destra”, dall’altra perché Ronchi appartiene alla minoranza della maggioranza, è probabile che nessuno s’incaricherà dello sforzo. La vittoria del bene comune sul buon senso può riportare indietro di trent’anni l’orologio della politica.

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