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Il Patto ferma il pagamento di un miliardo di debiti Pa

Fonte: Il Sole 24 Ore

L’ulteriore allentamento del patto di stabilità promesso dalla legge di Bilancio 2015 per ora è solo sulla carta. Mentre è reale – e vale almeno un miliardo – l’ esigenza degli entilocali di spendere le risorse già in cassa. Soprattutto per pagare i vecchi debiti.

Il paradosso continua: l’ultimo allentamento dei vincoli finanziari agli enti locali, avviato con il Dm 13 otttobre 2014, per 200 milioni non è bastato a soddisfare le necessità. Le richieste hanno superato di cinque volte l’offerta. In altre parole, a fronte dei 200 milioni di pagamenti in più, Comuni, Province e Regioni hanno chiesto di poter saldare quasi un miliardo aggiuntivo, 922 milioni per l’esattezza. Soldi già nelle casse degli enti, ma che non potranno essere spesi per via del Patto. E attenzione: non si tratta di debiti nuovi: l’ultimo allentamento è stato concesso solo per fatture accumulate entro il 31 dicembre 2013. A dimostrazione che la gigantesca partita degli arretrati non è affatto conclusa come sperava il Governo. Secondo i calcoli dei costruttori dell’Ance sono 989 (il 16% ) gli enti locali che devono ancora pagare vecchi debiti del 2013. In testa il Lazio, in cui un ente su tre ha soldi bloccati per questo fine (si veda il grafico sotto).

I 31,3 miliardi saldati finora non bastano. Capire quanti ancora ne servano è come lavorare a un puzzle: i 922 milioni bloccati sono solo una tessera. L’allentamento ha lasciato fuori casistiche molto vaste ( debiti degli enti statali, delle società partecipate e mancati trasferimenti da altre amministrazioni). In più i ritardi nei pagamenti dei fornitori continuano anche nel 2014. L’Ance stima almeno 3-4 miliardi di debiti – solo in conto capitale, per le opere pubbliche cioè – ancora da pagare fino al 2013, in vertiginosa crescita fino a 9-10 miliardi nei primi dieci mesi del 2014 . Ai quali si aggiungono i 3,2 miliardi di scoperto di parte corrente conteggiati a settembre scorso da Assobiomedica (apparecchi biomedicali).

La certificazione

Anche l’operazione di certificazione dei crediti, chiusa il 31 ottobre, ha fatto emergere nuovi insoluti. Le 18.950 imprese registrate alla piattaforma del Mef hanno presentato 73mila domande per un totale di 7,6 miliardi di arretrati (si veda il Sole 24 Ore del 30 ottobre).

I buchi sono enormi: soltanto alle Asl ad esempio, sono arrivate “solo” 16 istanze, ma ognuna pesantissima, per un totale di un miliardo e mezzo di debiti. Stessa situazione per gli enti locali: 595 domande che da sole coprono il 49% delle richieste (3,7 miliardi).

In palio c’era la possibilità una volta ottenuta l’agognata certificazione del credito di cederlo definitivamente alle banche (pro-soluto) con la garanzia dello Stato e a tassi vantaggiosi. Ma anche tra chi si è registrato superando magari ostacoli tecnici (si veda l’articolo in basso) c’è qualcuno destinato a restare a bocca asciutta. Come le 3.400 imprese con un arretrato di 400 milioni che non so no riuscite a individuare l’amministrazione di riferimento, anche perché non ancora registrata. O le oltre 6mila che vantano crediti da enti statali e che per questo non potranno accedere alla garanzia dello Stato, appunto.

Profondamente delusi restano i costruttori che, nonostante siano tra i maggiori creditori della Pa, sono stati esclusi dallacertificazione, aperta solo ai crediti di parte corrente e non a quelli per investimenti, quali appunto, le o pere pubbliche. Per loro nessuna chance, nonostante l’impegno assunto dall’Economia a luglio con un protocollo formale di trovare una soluzione anche per loro.

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