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Il partito della spesa locale

La tormentata vicenda della Tasi conferma un fatto tanto oggettivo quanto dimenticato o trascurato o ignorato o ridimensionato: oggi la finanza pubblica è guardata come se fosse tutta concentrata nello Stato, mentre si dimenticano gli altri enti, ritenuti minori come se minori fossero le loro spese (e i loro sprechi). Qualche giorno fa il senatore Luigi Compagna, oggi del Ncd, ha ottimamente dipinto la situazione nel corso di un intervento a palazzo Madama.

Eccone alcune riflessioni, molto chiare: «C’è un problema che attraversa la nostra storia parlamentare e che negli ultimi quindici anni abbiamo cercato un po’ di nascondere. Nel 2000 la Costituzione è cambiata: a me non piacque come cambiò, altri la salutarono invece come una grande vittoria del federalismo. Sulla base di quella Costituzione, il lavoro parlamentare ha perduto quel filo costituzionale che era la distinzione tra finanza territoriale e spesa pubblica.

Diciamoci la verità, all’ultima coda della stagione di bilancio: quella che noi chiamiamo spesa pubblica è in grandissima parte non spesa statale nel senso stretto, cioè dei ministeri, del circuito tradizionale, un tempo, delle finanziarie: è soprattutto finanza territoriale».

Già: peccato, però, che il grande partito unico degli enti locali, che assomma senza alcuna distinzione tutti i movimenti politici a destra, al centro e a sinistra, eserciti una pressione incessante su governo e camere. Pretende somme ingenti, sempre miliardarie, con il consueto ricatto di non poter (altrimenti) svolgere i servizi sociali, pena chiusura di asili nido, gelo nelle aule scolastiche, buche nelle strade. Per rendersene conto basta riflettere sul batter cassa esercitato in questi giorni dai comuni, che pretendono oltre un miliardo, da ottenersi mediante nuove tasse immobiliari.

Non ha quindi senso pensare di esercitare tagli alla finanza pubblica considerando solo quella statale. L’80% delle spese regionali è rappresentato dalla sanità: se non si rivede in radice il servizio sanitario nazionale, non si esce dall’incremento incessante delle uscite.

Se i comuni vogliono continuare come prima, senza rendersi partecipi della situazione generale della finanza pubblica e quindi senza eliminare tutte le spese che non siano davvero indispensabili, non si raddrizza la baracca. Non si capisce perché la camera voglia tagliare la spesa per immobili presi in affitto a piazza san Silvestro a Roma, e contemporaneamente il comune di Roma dilapidi tre milioni e mezzo di euro per sistemare in maniera diversa proprio la piazza san Silvestro (che stava perfettamente com’era).

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