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Il parlamento prova a smaltire l’arretrato dei vecchi condoni

Slitta subito la chiusura dei condoni edilizi. Il disegno di legge Ac 2436, che avrebbe dovuto iniziare ieri l’iter alla commissione Ambiente della Camera, è stato subito stoppato dalle polemiche. La proposta, che era stata depositata il 13 maggio (quando in effetti non si parlava ancora di condono edilizio) non mira tanto a riaprire la sanatoria del 2003. Questo era invece lo scopo del Ddl As 2020, depositato in Senato il 16 marzo ma già morto nell’uovo dopo che si era cercato di trasformarlo in un emendamento al Dl 78 del 2010. Il nuovo Ddl serve, invece, a chiudere definitivamente la partita dei condoni edilizi del 1985, del 1994 e del 2003. La norma proposta è abbastanza semplice: dato che (si legge nella premessa) molti cittadini attendono la definizione della loro pratica di condono, sospesa a causa della violazione di un vincolo paesaggistico e quindi soggetta al parere della soprintendenza, si danno sei mesi di tempo per emettere un diniego motivato «in relazione all’assoluta incompatibilità con il contesto paesistico- ambientale vincolato». Passato il termine senza che la soprintendenza si sia pronunciata, il comune provvede diret-tamente, sempre con parere motivato sullo stesso aspetto. In sostanza, si trasferiscono ai municipi le competenze delle soprintendenze, dato che i milioni di pratiche accumulate non possono certo essere risolte in sei mesi dalle esigue forze delle soprintendenze. Ma i comuni cosa potrebbero fare? È noto che quelle pratiche “difficili”, che cioè dopo un esame da parte dei funzionari comunale manifestavano il problema del vincolo, venivano rimandate sine die proprio per evitare quello che nel 99% dei casi sarebbe stato l’esito inevitabile: la demolizione. Anzi,i ritardi hanno di fatto consolidato l’illegalità e hanno permesso passaggi di proprietà, successioni, affitti e soprattutto godimento dei beni immobili. Il Ddl, paradossalmente, se applicato con rigore, otterrebbe l’effetto opposto: la pratica verrebbe sì definita ma con un bel timbro recante l’ordine di abbattimento dell’abuso. I comuni, insomma, dovrebbe accollarsi l’onere di decidere su un aspetto di cui vorrebbero non occuparsi: far abbattere le casette abusive di cittadini che nei piccoli centri sono spesso amici, parenti, elettori. Si troverebbero quindi, in non pochi casi, ad assumere provvedimenti illegali per concedere la sanatoria. Con il rischio di essere impugnati da altri cittadini penalizzati dall’obbrobrio. Il relatore del Ddl, Vincenzo Gibiino, è però ottimista: «Prima dell’estate dedicheremo all’argomento uno o due sedute – preannuncia- poi se ne riparlerà a settembre. Ma anche allora bisognerà ascoltare il governo, il ministero dell’Ambiente e l’Anci, per arrivare a un testo condiviso. Perché è certo che la proposta attuale dovrà essere modificata».

IN SINTESI
Le sanatorie
Il ddl Ac 2436 prevede che le pratiche ancora giacenti dei condoni edilizi del 1985, 1994 e 2003, ferme per il mancato esame dei vincoli paesistici, vengano esaminate dalle soprintendenze entro sei mesi. Dopo il termine la decisione passa al comune, che deve dare comunque una motivazione alla sua decisione
I rischi
Le pratiche, nella realtà, sono state tenute ferme dall’impossibilità delle soprintendenze di procedere all’esame ma anche dalla consapevolezza dei comuni che nella maggioranza dei casi il vincolo paesistico era stato violato e quindi l’esame non avrebbe portato che a un rigetto della domanda e alla demolizione

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