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Il governo ora scopre le liberalizzazioni ma il centrodestra le ha già smontate

ROMA – La «scossa» all’economia promessa dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, passerà dalla riscrittura dell’articolo 41 della Costituzione, quello sulla libertà di impresa. E visto che per modificare una norma costituzionale sarà necessario non meno di un anno e mezzo, ci si può mettere con calma ad aspettare. La crisi può attendere. D’altra parte non è sul terreno delle libertà economiche, delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni che si è contraddistinta in questi due anni e mezzo l’azione del governo e della maggioranza di centro-destra. In questo periodo, secondo l’Istituto Bruno Leoni che ogni anno presenta un rapporto sulle liberalizzazioni, non abbiamo fatto alcun passo in avanti. Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe varare la “Legge annuale per il mercato e la concorrenza”. Lo farà con quasi un anno di ritardo, nonostante le pressioni dell’Antitrust e dopo che da mesi il disegno di legge, preparato dal sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, staziona nei cassetti di Palazzo Chigi in attesa del via libera da parte del ministero dell’Economia di Giulio Tremonti. In ogni caso lo farà «malvolentieri» – sostiene Antonio Lirosi, già Mr. Prezzi e oggi responsabile del Pd – perché quella legge era stata prevista dal terzo pacchetto Prodi sulle liberalizzazioni. Ci saranno tanti annunci e qualche norma ostica per i benzinai che – si può scommettere – la “faranno” cambiare in Parlamento. Più che farle le liberalizzazioni, governo e maggioranza le hanno gradualmente smontate. Hanno largamente ceduto alle pressioni delle lobby: farmacisti, avvocati, assicurazioni, banche, grandi oligopolisti dell’energia e delle telecomunicazioni. La class action è stata resa un’arma spuntata. I truffati nei crac Cirio e Parmalat sono stati subito disarmati. Hanno apprezzato le banche, ma neanche i grandi gruppi delle tlc si sono certo dispiaciuti pensando ai loro di rischi. Le assicurazioni hanno strappato il vincolo quinquennale (era annuale) per le polizze danni non auto. E i Comuni (Roma in testa) stanno rialzando le tariffe dei taxi. Guardiamo le piccole parafarmacie. È dal-l’inizio della legislatura che si cerca più o meno di chiuderle. Disegni di legge (Gasparri-Tomassini ma anche Astore) per limitare la vendita dei farmaci da banco fuori dalle farmacie, emendamenti con lo stesso obiettivo presentanti ai più svariati provvedimenti come quello sulla sicurezza sul lavoro o, proprio ora, al Milleproroghe. Due senatori del Pdl, Salvo Fleres e Filippo Picone, propongono il blocco dell’apertura delle parafarmacie. L’emendamento è stato ammesso, l’Antitrust (in una segnalazione al governo e al Parlamento) lo considera in contrasto con la concorrenza. Tant’è. Dopo quattro anni, di parafarmacie ce ne sono oltre tremila. Insieme alla liberalizzazione dei punti vendita dei medicinali di fascia C hanno costruito circa settemila nuovi posti di lavoro. Secondo uno studio del Cref – citato dal presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà nel suo libro “Zavorre d’Italia” – «nelle parafarmacie si spende l’8,3 % in meno per le medicine da banco rispetto alle farmacie “tradizionali”». Big Pharma, ma anche gli avvocati o i piccoli “padroncini” di casa nostra. «Da questo governo – ha detto proprio ieri la presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia – sono state fatte iniziative contrarie alle liberalizzazioni, come le tariffe minime per gli avvocati e le tariffe a forcella per i trasportatori». Di fronte alla minaccia di uno sciopero di questi ultimi il governo non ci ha pensato neanche un minuto: tariffe minime. Disse Catricalà: «Un precedente grave che apre il fianco ad altre rivendicazioni corporative». Per non correre pericoli il Guardasigilli, Angiolino Alfano, ha affidato direttamente alla lobby degli avvocati la controriforma della professione forense. Che è passata al Senato e ora è all’esame della Camera. È una vera marcia indietro: ripristino delle tariffe minime, divieto di fare pubblicità e di costituire società di capitali, cancellazione del patto di quota lite. Un ritorno al passato, mentre la crisi globale ha tagliato del 40 % i fatturati degli studi legali.

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