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Il Governo alla prova delle politiche sociali

Piaccia o no, le persone più deboli saranno al centro dell’imminente legge di stabilità. Sono le famiglie in povertà e gli individui con ridotta autonomia (anziani, disabili, bambini piccoli), cioè quei soggetti alle cui esigenze si rivolgono le politiche sociali dei Comuni. In base alle scelte – o alle non scelte – che compirà, il Governo Letta darà la propria risposta a domande decisive che li riguardano: quale deve essere la responsabilità pubblica nei loro confronti? Come suddividere i compiti tra lo Stato e gli enti locali negli interventi a essi rivolti?

La rinuncia
Senza un cambio di rotta, le politiche sociali proseguiranno nel peggioramento in atto da anni, segnato da un ruolo sempre più residuale e interamente addossato sulle spalle dei Comuni. Lo mostrano i dati, a cominciare da quelli sui fondi nazionali, che nel 2014 ammonteranno a 199 milioni, con un calo del 92% rispetto ai 2.526 del 2008.
I fondi statali furono attivati a fine anni 90 per rappresentare il primo mattone nella costruzione delle riforme nazionali del settore, rese necessarie dalla crescita delle domande indirizzate agli enti locali e dalla loro impossibilità di rispondervi da soli. Si tratta di riforme introdotte, tranne che in Italia e in Grecia, in tutti i paesi europei assimilabili al nostro e caratterizzate ovunque dagli stessi capisaldi. Innanzitutto, lo Stato incrementa i propri finanziamenti, assicurandosi anche uno sforzo adeguato degli enti locali. Le risorse vanno aumentate in modo virtuoso, evitando che, come accaduto in passato, Regioni e Comuni riducano il loro impegno economico quando aumenta quello statale. Grazie ai maggiori stanziamenti si introducono quei diritti sociali che mancano. In Italia, per esempio, le famiglie povere sono prive del diritto a un sostegno pubblico, diversamente da quanto accade all’estero. Allo stesso modo, mentre vige il diritto all’assistenza ospedaliera, così non è per gli interventi domiciliari rivolti alle persone con disabilità o agli anziani non autosufficienti, che possono venir meno a discrezione dell’ente responsabile.
Il sostanziale azzeramento dei fondi statali non solo avrebbe un impatto significativo sulla spesa sociale dei Comuni, alla quale nel 2008 assicuravano il 18% (il resto proveniva da risorse proprie delle Municipalità), ma trasmetterebbe anche un preciso messaggio sul futuro del welfare. Di riforme nazionali, infatti, si è molto discusso in passato senza realizzarle e poi se ne è progressivamente parlato sempre meno: lasciar morire i fondi che dovrebbero costituirne il tassello iniziale significherebbe rinunciarvi definitivamente.
Sul piano degli stanziamenti, all’eliminazione dei fondi dedicati si aggiungono gli ampi tagli ai trasferimenti statali indistinti per gli enti locali in atto da tempo e l’imminente innalzamento dal 4% al 10% dell’Iva per le cooperative sociali: la riduzione degli interventi forniti dai Comuni non potrà che continuare. Nel 2010, ultimo anno prima della discesa, la spesa pubblica per le politiche sociali era ben al di sotto della media europea: non a caso le ricerche la definiscono da tempo la “cenerentola” del welfare italiano. Da allora è cominciata la caduta, i dati disponibili si fermano al 2011 (-11% della spesa comunale rispetto al 2010, fonte: Cisl), ma tutti gli addetti ai lavori sanno che successivamente la riduzione è aumentata. Nel frattempo, la domanda d’interventi cresce costantemente, basti pensare che le persone in povertà assoluta tra il 2010 e il 2012 sono salite dal 5,2% all’8% della popolazione.
Tutto ciò ha profonde conseguenze concrete. In molti territori poveri, anziani e persone con disabilità si vedono rifiutare gli interventi, ridurli o aumentare le rette. Nel sociale, a differenza di settori come sanità e istruzione, non è stato definito il sistema dei diritti e, quindi, l’ente pubblico subordina l’erogazione degli interventi alle disponibilità finanziarie. In pratica, a un bambino non si può dire «Ci sono i tagli e non andrai a scuola», a un malato non si può dire «Ci sono i tagli e non ti opereremo». A un povero, invece, si può rispondere «Ci sono tagli e quindi il Comune non ti potrà aiutare». Accade sempre più spesso.

Le scelte di Letta
Questo, dunque, è lo scenario se nella legge di stabilità non s’interverrà in direzione contraria. La strada alternativa, invece, partirebbe da un maggiore investimento di risorse, attraverso un sostanzioso rifinanziamento dei fondi nazionali e l’abolizione dell’incremento dell’Iva per le cooperative. Vale la pena di sintetizzare qui i dati sulla spesa pubblica per le politiche sociali: nel 2010 era ben al di sotto della media europea; da allora è cominciata una rapida discesa (siamo al suo terzo anno), che – a tutt’oggi – è destinata a proseguire; la crisi ha incrementato le domande d’interventi; l’investimento dello Stato si è ridotto del 92%; il settore assorbe una quota marginale della spesa pubblica totale (pari allo 0,47% del Pil), dunque un miglioramento è realizzabile con stanziamenti relativamente contenuti rispetto alle poste complessive del bilancio pubblico.
Le risorse sono scarse e il nocciolo sono le scelte o, meglio, le visioni sul futuro dell’Italia. All’origine dei tagli si trovano le decisioni del ministro del Welfare dell’ultimo Governo Berlusconi, Maurizio Sacconi, che aveva una proposta precisa: voleva ridurre ulteriormente la spesa pubblica per le politiche sociali e consolidare quel welfare privatistico – peraltro già dominante nel nostro paese – basato sulle famiglie che si prendono cura dei propri cari e sulla beneficenza privata. Le sue scelte furono confermate dal Governo Monti (la parziale ripresa dei fondi dedicati – per il solo 2013 – fu dovuta all’intervento di alcuni gruppi parlamentari, in particolare quello del Pd). Ora la palla passa a Letta e all’attuale ministro del Welfare, Giovannini.
Se la priorità sarà quella di sostenere le politiche sociali, l’incremento di risorse dovrà perseguire due obiettivi. Uno consiste nell’evitare che la situazione peggiori, invertendo il trend di riduzione degli interventi rivolti a tutti i destinatari (anziani, persone disabili e altri). L’altro è iniziare a colmare i ritardi strutturali laddove oggi sono più pesanti, avviando una tra le molte riforme nazionali mancanti. L’attenzione degli addetti ai lavori e del Governo – come più volte ripetuto da Letta e Giovannini – è concentrata in questa fase storica verso la povertà, che vede sempre più famiglie chiedere aiuto senza ottenere risposte. È da qui, dunque, che si può partire.

Interventi non più parcellizzati
Negli ultimi anni ci si è mossi con interventi parcellizzati e temporanei – la Social card, la Nuova social card e la Carta per l’inclusione sociale – senza un progetto riformatore. Ora dovrebbero tutti confluire, invece, in un più ampio Piano nazionale contro la povertà, che introduca gradualmente – in un triennio – il diritto di ogni persona in povertà assoluta a quella misura nazionale che in Europa è patrimonio condiviso da tempo. Si tratta di un contributo monetario accompagnato dall’erogazione dei servizi – sociali, educativi, per l’impiego – utili a costruire nuove competenze e a organizzare diversamente la propria esistenza. Partendo dalle persone in povertà più acuta, si dovrebbe ampliare progressivamente l’utenza fino a raggiungere tutta la popolazione target; il Piano dovrebbe specificare i passaggi previsti in ogni annualità. Lo Stato stanzia le risorse, definisce le regole fondamentali, indica con chiarezza i passi da compiere nel tempo e così crea le condizioni affinchè, nei territori, enti locali e Terzo settore possano costruire un migliore welfare locale. Tutti gli esperti ritengono che questa sia l’unica strada per cambiare.
Assecondare la progressiva rinuncia alla responsabilità pubblica verso i più deboli oppure spendersi per un futuro diverso: non ci sono alternative, il Governo Letta deve decidere da che parte stare. Vale la pena di appassionarsi al dibattito sulla legge di stabilità.

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