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Il federalismo va al rallentatore

Il ministro Roberto Calderoli non ha chiesto una proroga di quattro mesi per l’approvazione del federalismo, ma ha presentato «un preavviso della richiesta di proroga», al Consiglio dei ministri di ieri, perché fatto saldo il termine di legge del 20 maggio per l’attuazione della delega, serviranno «eventuali altri decreti che dovessero rendersi necessari». Lo ha spiegato lo stesso ministro in un’intervista a la Padania, pubblicata oggi. Va detto che si tratta di una questione di merito posta sul tavolo nel momento in cui, sul piano politico, la richiesta di ulteriori quattro mesi per l’approvazione del federalismo era stata interpretata soltanto come uno stratagemma per allungare la vita del governo Berlusconi almeno di un altro annetto (in autunno non si è mai votato in Italia e dunque la prima finestra utile per eventuali elezioni anticipate si aprirebbe soltanto nella primavera del 2012). Il punto è che gli scogli più perigliosi per il federalismo non sono alle spalle. Sotto gli occhi di tutti c’è la minaccia delle regioni (il prossimo decreto è quello che riguarda il federalismo regionale). «L’accordo con il governo siglato a dicembre che ha portato le regioni a dare l’intesa sul decreto di attuazione del federalismo», ha detto il presidente della conferenza Vasco Errani, «deve essere concretizzato rapidissimamente». Il riferimento per nulla velato è al finanziamento del trasporto pubblico locale e ai tagli previsti dalla manovra. Ma c’è di più. Intanto, il governo deve affrontare due nodi ex novo che sono rappresentati dalla riorganizzazione globale della tassazione sui rifiuti, che va a toccare competenze ed interessi importanti legittimi e non, e anche la regolamentazione di Roma capitale, che dopo il testo sull’istituzione ufficiale, andrà a toccare le competenze ridisegnando i poteri della regione Lazio. Oltre a questi due nuovi decreti, cui ha fatto riferimento Calderoli, c’è il contestatissimo decreto Premi e sanzioni, già approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri, che prevede l’esclusione dalle liste elettorali per i governatori regionali responsabili di una cattiva gestione e addirittura la possibilità che vengano decurtati del 30% i rimborsi elettorali per le liste che li hanno appoggiati. Facile immaginare il favore con il quale sono state accolte queste norme dai presidenti di regione. E, forse, non ci si allontana dalla realtà se si pensa che tra gli impegni assunti (e non rispettati) dal governo, evocati ieri dalla conferenza delle regioni, ci può essere anche la promessa di una marcia indietro su queste norme giudicate draconiane. Gli ultimi due decreti che rappresentano altrettanti scogli per il governo sulla rotta del federalismo sono: quello sull’uniformità dei bilanci e quello che stabilisce quanti soldi le regioni devono assegnare ai comuni per lo svolgimento di alcune funzioni. Nel primo caso, senza l’approvazione di questo testo ogni regione parlerebbe un linguaggio a sè stante non comparabile e non controllabile. Sul decreto per l’assegnazione dei fondi ai comuni, invece, il problema è rappresentato dal fatto che le regioni hanno calcolato un ammontare di 2,5 mld mentre i comuni sostengono che la cifra deve essere di molto superiore.

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