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Il federalismo non «vieta» date uguali per tutti

Da un eccesso all’altro. A fine 2013 i Comuni sono stati costretti a fare da gabellieri per un tributo, la maggiorazione Tares da 30 centesimi al metro quadrato, decisa, disciplinata e incassata dallo Stato. Ora, con la Tasi, i sindaci vengono invece investiti da un’ondata inebriante di libertà, che offre loro l’ultima parola su tutto: aliquote, detrazioni, e date di pagamento, da dividere componente per componente per una Iuc che rimane «unica» solo nell’acronimo. Un’ondata di libertà eccessiva, destinata a travolgere i contribuenti, e i professionisti che provano ad assisterli, e in un’altalena di variabili impossibile da gestire.

È il federalismo, si dirà, ma tutti i suoi fautori hanno sempre spiegato che il suo fondamento è nell’unione tra autonomia e responsabilità: se il caos è totale, nessuno controlla niente, e la responsabilità sfuma fra contrasti infiniti sui calcoli, imposte che rimangono semi-statali (l’Imu su capannoni, alberghi e centri commerciali) e un dedalo di regole e scadenze che viola ogni principio di civiltà fiscale.

Ancora una volta, allora, il federalismo all’italiana finisce per rivelarsi animato da intenzioni a volte nobili, ma accompagnato dal brutto vizio di manifestarsi sempre e solo nei suoi aspetti peggiori: gli aumenti di tasse (per esempio le addizionali regionali all’Irpef, che proprio ora scaldano i motori per raggiungere i nuovi tetti di aliquota concessi da un decreto federalista del 2011) e la confusione generale. Se lo stesso legislatore fatica a orientarsi nelle regole che lui stesso scrive, come dimostra l’ennesimo inciampo sulle sanzioni dell’Imu 2013 (che raccontiamo nella pagina seguente), non è né lecito né logico chiedere al contribuente di seguire puntualmente le giravolte continue di un sistema impazzito.

Dell’estrema libertà sulle date, che permette a ogni Comune di decidere in modo autonomo scadenze diverse per la Tasi e per la Tari, non si intravedono nemmeno le ragioni. Nemmeno le esigenze di cassa delle amministrazioni locali offrono motivi validi, perché l’Imu si è sempre pagata a giugno e dicembre e non si vede perché la Tasi, che la sostituisce, debba seguire regole diverse. L’unico tributo da lasciare libero è semmai la Tari, quello ambientale, su cui nel 2013 l’attenzione pre-elettorale del Parlamento si concentrò in maniera ossessiva con una serie di rinvii fino a creare una crisi di liquidità alle aziende di igiene urbana. La modifica numero 39 al Fisco locale, contenuta nel progetto del Governo che alza aliquote e detrazioni per la Tasi, ha il pregio di provare a dare più progressività al tributo, e più potenziali tutele ai contribuenti a basso reddito. In una parola, fa assomigliare di più la Tasi all’Imu: allora è il caso di fare un altro passo in questo senso, ristabilendo date fisse per i pagamenti. Perché l’incertezza endemica che ha infettato il Fisco rischia di costarci più dello spread.

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